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BOB ALBANESE “One Way / Detour” – Zoho (2008)

 Major Minority,
 Yesterday’s Gardenias,
 One Way-Detour,
 Morning Nocturne,
 Joyful Noise,
 Ugly Beauty,
 Waiting For Louis,
 Midnight Sun,
 Friendly Fire,
 More Friendly Fire.

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Bob Albanese, pianoforte; Tom Kennedy, contrabbasso; Willard Dyson, batteria;
Ira Sullivan, sax tenore, sax soprano, flauto.

D’accordo, il CD è di qualche anno fa, ma non è mai troppo tardi per conoscere un musicista poco noto e di grande interesse. Nel caso di Bob Albanese si dovrebbe meglio parlare di anonimato : pensate che Ira Gitler, cioè il critico e giornalista di jazz forse più completo e approfondito che esista, ammette candidamente, nelle sue note di copertina, di non averlo mai sentito nominare, almeno fino a quando non ricevette dal pianista una copia del disco. E il suo stupore crebbe ancor di più quando lo vide pochi mesi dopo al fianco del sassofonista Bob Mover (un altro dei giganti sottovalutato e ignorato, di passata), e si trovò davanti ad un musicista non certo giovanissimo, esperto e maturo. Dove si era nascosto in tutto questo tempo? Le biografie ci raccontano di uno studente alla Berklee negli anni ’70, che poi accettò un ingaggio di due anni come pianista solo in un locale del New Jersey, e quindi si specializzò con Dennis Sandole a Filadelfia, ma che per campare si ritrovò a fare l’impiegato nei casinò di Atlantic City. Musicista quindi a mezzo servizio, ma con le idee ben chiare verso una musica intesa come senso della vita, aliena da concessioni commerciali, coerente e lucida, pagante forse più sul piano delle emozioni che su quello materiale. Sul versante stilistico il giochino delle influenze appare più complicato. Ad orecchio, direi che il suo pianismo si colloca in una linea bianca di ispirazione bop-mainstream , però con confini più allargati, che parte da Russ Freeman e continua con nomi del calibro di Don Friedman e Bill Mays. Gli standard, in tale contesto, svolgono un ruolo paritario con gli originali, improntati su una scrittura di notevole impatto melodico e armonico. Da questo punto di vista sono molto illuminanti ed esaustive le spiegazioni dello stesso Albanese, rivolte allo specialista piuttosto che all’ascoltatore medio. Ve le risparmio, ma è utile invece evidenziare come l’ossimoro del titolo, suggerito da un comico cartello stradale, indichi la via per brani improntati su cambi d’atmosfera e sui contrasti (Major Minority, Morning Nocturne, Joyful Noise, Ugly Beauty, Midnight Sun). Il trio, protagonista in metà del repertorio, funziona come un meccanismo rodatissimo, in cui basso e batteria, pur assumendo innanzitutto un compito ritmico, incastrano idee e rilanci in modo assai funzionale. D’altronde Tom Kennedy, fratello del noto pianista Ray, ha suonato con James Moody, Barney Kessel, Michael Brecker e Mike Stern, mentre Dyson si è trovato a suo agio con cantanti del calibro di Michel Franks e Jimmy Scott. Ricordo anche una sua eccellente performance nel quartetto del cantante africano Gino Sitson, durante una passata edizione de Le Strade del Jazz. A rendere però la seduta un gioiello è la presenza di una personalità straordinaria quale Ira Sullivan, che a ottanta anni riesce ancora a suonare con una classe e una fantasia con pochi uguali. Protagonista della scena di Chicago, Ira è capace di prodursi in tutti la gamma dei sassofoni, dei flauti e alla tromba, con un senso del jazz tipico dei neri americani. Memorabile è stato il suo sodalizio con Red Rodney per un quintetto che segnò gli anni Ottanta, e grazie al quale visitò l’Europa, Italia compresa, forse per la prima e unica volta. Un maestro del jazz, insomma, che merita l’ascolto in ogni disco in cui compare. Ma se per lui il palcoscenico europeo è stato avaro, non vedo possibilità per un musicista come Bob Albanese, soprattutto di questi tempi, a meno che ….

Massimo Tarabelli

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