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MAURIZIO LAMA : “La musica di Maurizio Lama” – Dire (1967-68) LP

L’angolo del collezionista

Saint Andrews Blues / Katia Darling / Cosa diresti se / Naima / Generazia / Solar / Semplicissimo / Tristossa / Cose nude / Stella By Starlight

Maurizio Lama, pianoforte, organo in formazioni varie comprendenti : Enrico Rava, tromba; Giancarlo Barigozzi, sax tenore; Carlo Milano, contrabbasso, Giancarlo Pillot, batteria; Ivo Meletti, chitarra; Aldo Romano, batteria; Alberto Corvini, tromba; Giorgio Azzolini, contrabbasso; Marco Ratti, contrabbasso; Bruno Lauzi, voce

Uno dei musicisti di maggiore sensibilità e classe del jazz italiano degli ultimi cinquant’anni, questo è stato Maurizio Lama. Oggi nessuno lo ricorda, tranne chi ha avuto la fortuna e il piacere di suonare con lui, innanzitutto i jazzisti dell’area torinese e milanese, cioè Enrico Rava, Franco Mondini, Franco Cerri, Franco Ambrosetti, Giorgio Buratti, Paolo Conte. Nato a Roma nel 1937, Lama comincia con il jazz tradizionale delle band capitoline, ma trova a Torino, fin dalla fine degli anni ’50, la cornice adatta per le sue idee moderne. Partecipa a vari festival importanti europei, si lega per qualche tempo a Gato Barbieri, allora stanziale nel nostro Paese, apre un club (il “Los Amigos”), scrive musica d’ambiente e per spot pubblicitari, lavora come tecnico del suono allo Studio 7 di Tito Fontana, anomala figura d’industriale, pianista e compositore, ma soprattutto produttore di un’etichetta preziosa per lo sviluppo del jazz italiano di quei tempi, la rara, ormai quasi introvabile e a prezzi da mutuo, Dire. Si trattava di LP (ma, piuttosto stranamente, a volte anche di cassette) raffinati, notturni ed eleganti, con belle copertine, incisi benissimo, e riflettevano un modo poetico di avvicinarsi al jazz, lontano dalle temperie burrascose del free e dell’hard-bop americano.

Maurizio Lama è artista lirico e per nulla concettuale, piegato a melodie cantabili e ad armonizzazioni funzionali ad un’improvvisazione di estrema fluidità. In “Naima”, “Solar” e “Stella” si avvicina alle trame di Bill Evans, e forse non potrebbe essere diversamente, ma la sua personalità è molto più estroversa per quello stare spesso in bilico con la canzone (“Semplicissimo” di Lauzi, “Cosa diresti se” di Fontana) e con il commento evocativo di immagini (“Generazia” e “Tristossa” di Franco Cerri).
Maurizio poi ama giocare con i violini, arrangiare temi per i caroselli televisivi (“Cose nude”), insomma è un vulcano creativo che questo disco, il suo unico da leader, rappresenta nel modo migliore. Come già detto,  sarà molto dura trovarlo; ma potete cercare con più probabilità di successo anche “Paolo Conte Plays Jazz”, CD recente in cui Maurizio compare come sideman in alcune incisioni dei primi anni ’60, o il più significativo album di Jacques Pelzer “Quartet”, riedito dalla Rearward, che documenta la musica del gruppo invitato al festival del jazz di Sanremo del 1961.

Tornando a questo album, forse alcuni brani – penso in particolare ai tre standard – potevano presagire una seduta completa, chissà! Certo è che, il 18 marzo 1968, in mezzo ad un’attività febbrile, Maurizio saluta i colleghi dello Studio e dà l’appuntamento ad un paio di giorni dopo: deve tornare a casa, la sua famiglia lo chiama. Non arriverà da nessuna parte, perché un tremendo incidente sull’autostrada dei Fiori lo uccide, a soli trentuno anni. Scompare così, nella maniera più atroce e senza senso, un talento originale e di straordinaria ricchezza espressiva, a cui mi viene da pensare spesso quando ascolto i giovani pianisti di oggi. Rimpiango di non averlo conosciuto di persona, perché sicuramente un musicista della sua classe sarebbe stato ospite frequente delle nostre rassegne.

Massimo Tarabelli

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