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	<title>AnconaJazz</title>
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		<title>BOB ALBANESE &#8220;One Way / Detour&#8221; &#8211; Zoho (2008)</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/blog/bob-albanese-one-way-detour-zoho-2008/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 18:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Major Minority, Yesterday’s Gardenias, One Way-Detour, Morning Nocturne, Joyful Noise, Ugly Beauty, Waiting For Louis, Midnight Sun, Friendly Fire, More Friendly Fire. ------------------ Bob Albanese, pianoforte; Tom Kennedy, contrabbasso; Willard Dyson, batteria; Ira Sullivan, sax tenore, sax soprano, flauto. D’accordo, il CD è di qualche anno fa, ma non è mai troppo tardi per conoscere&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/blog/bob-albanese-one-way-detour-zoho-2008/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre> Major Minority,
 Yesterday’s Gardenias,
 One Way-Detour,
 Morning Nocturne,
 Joyful Noise,
 Ugly Beauty,
 Waiting For Louis,
 Midnight Sun,
 Friendly Fire,
 More Friendly Fire.</pre>
<p><span id="more-6531"></span></p>
<pre>------------------</pre>
<p><strong>Bob Albanese</strong>, pianoforte; <strong>Tom Kennedy</strong>, contrabbasso; <strong>Willard Dyson</strong>, batteria;<br />
<strong>Ira Sullivan</strong>, sax tenore, sax soprano, flauto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">D’accordo, il CD è di qualche anno fa, ma non è mai troppo tardi per conoscere un musicista poco noto e di grande interesse. Nel caso di Bob Albanese si dovrebbe meglio parlare di anonimato : pensate che Ira Gitler, cioè il critico e giornalista di jazz forse più completo e approfondito che esista, ammette candidamente, nelle sue note di copertina, di non averlo mai sentito nominare, almeno fino a quando non ricevette dal pianista una copia del disco. E il suo stupore crebbe ancor di più quando lo vide pochi mesi dopo al fianco del sassofonista Bob Mover (un altro dei giganti sottovalutato e ignorato, di passata), e si trovò davanti ad un musicista non certo giovanissimo, esperto e maturo. Dove si era nascosto in tutto questo tempo? Le biografie ci raccontano di uno studente alla Berklee negli anni ’70, che poi accettò un ingaggio di due anni come pianista solo in un locale del New Jersey, e quindi si specializzò con Dennis Sandole a Filadelfia, ma che per campare si ritrovò a fare l’impiegato nei casinò di Atlantic City. Musicista quindi a mezzo servizio, ma con le idee ben chiare verso una musica intesa come senso della vita, aliena da concessioni commerciali, coerente e lucida, pagante forse più sul piano delle emozioni che su quello materiale. Sul versante stilistico il giochino delle influenze appare più complicato. Ad orecchio, direi che il suo pianismo si colloca in una linea bianca di ispirazione bop-mainstream , però con confini più allargati, che parte da Russ Freeman e continua con nomi del calibro di Don Friedman e Bill Mays. Gli standard, in tale contesto, svolgono un ruolo paritario con gli originali, improntati su una scrittura di notevole impatto melodico e armonico. Da questo punto di vista sono molto illuminanti ed esaustive le spiegazioni dello stesso Albanese, rivolte allo specialista piuttosto che all’ascoltatore medio. Ve le risparmio, ma è utile invece evidenziare come l’ossimoro del titolo, suggerito da un comico cartello stradale, indichi la via per brani improntati su cambi d’atmosfera e sui contrasti (Major Minority, Morning Nocturne, Joyful Noise, Ugly Beauty, Midnight Sun). Il trio, protagonista in metà del repertorio, funziona come un meccanismo rodatissimo, in cui basso e batteria, pur assumendo innanzitutto un compito ritmico, incastrano idee e rilanci in modo assai funzionale. D’altronde Tom Kennedy, fratello del noto pianista Ray, ha suonato con James Moody, Barney Kessel, Michael Brecker e Mike Stern, mentre Dyson si è trovato a suo agio con cantanti del calibro di Michel Franks e Jimmy Scott. Ricordo anche una sua eccellente performance nel quartetto del cantante africano Gino Sitson, durante una passata edizione de Le Strade del Jazz. A rendere però la seduta un gioiello è la presenza di una personalità straordinaria quale Ira Sullivan, che a ottanta anni riesce ancora a suonare con una classe e una fantasia con pochi uguali. Protagonista della scena di Chicago, Ira è capace di prodursi in tutti la gamma dei sassofoni, dei flauti e alla tromba, con un senso del jazz tipico dei neri americani. Memorabile è stato il suo sodalizio con Red Rodney per un quintetto che segnò gli anni Ottanta, e grazie al quale visitò l’Europa, Italia compresa, forse per la prima e unica volta. Un maestro del jazz, insomma, che merita l’ascolto in ogni disco in cui compare. Ma se per lui il palcoscenico europeo è stato avaro, non vedo possibilità per un musicista come Bob Albanese, soprattutto di questi tempi, a meno che ….</span></p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
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		<title>MAURIZIO LAMA : &#8220;La musica di Maurizio Lama&#8221; &#8211; Dire (1967-68) LP</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/blog/maurizio-lama-la-musica-di-maurizio-lama-dire-1967-68-lp/</link>
		<comments>http://www.anconajazz.com/blog/maurizio-lama-la-musica-di-maurizio-lama-dire-1967-68-lp/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 09:04:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[L’angolo del collezionista Saint Andrews Blues / Katia Darling / Cosa diresti se / Naima / Generazia / Solar / Semplicissimo / Tristossa / Cose nude / Stella By Starlight Maurizio Lama, pianoforte, organo in formazioni varie comprendenti : Enrico Rava, tromba; Giancarlo Barigozzi, sax tenore; Carlo Milano, contrabbasso, Giancarlo Pillot, batteria; Ivo Meletti, chitarra;&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/blog/maurizio-lama-la-musica-di-maurizio-lama-dire-1967-68-lp/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’angolo del collezionista</strong></p>
<h1></h1>
<p><strong>Saint Andrews Blues / Katia Darling / Cosa diresti se / Naima / Generazia / Solar / Semplicissimo / Tristossa / Cose nude / Stella By Starlight</strong></p>
<p><strong>Maurizio Lama, pianoforte, organo in formazioni varie comprendenti : Enrico Rava, tromba; Giancarlo Barigozzi, sax tenore; Carlo Milano, contrabbasso, Giancarlo Pillot, batteria; Ivo Meletti, chitarra; Aldo Romano, batteria; Alberto Corvini, tromba; Giorgio Azzolini, contrabbasso; Marco Ratti, contrabbasso; Bruno Lauzi, voce</strong></p>
<p>Uno dei musicisti di maggiore sensibilità e classe del jazz italiano degli ultimi cinquant’anni, questo è stato Maurizio Lama. Oggi nessuno lo ricorda, tranne chi ha avuto la fortuna e il piacere di suonare con lui, innanzitutto i jazzisti dell’area torinese e milanese, cioè Enrico Rava, Franco Mondini, Franco Cerri, Franco Ambrosetti, Giorgio Buratti, Paolo Conte. Nato a Roma nel 1937, Lama comincia con il jazz tradizionale delle band capitoline, ma trova a Torino, fin dalla fine degli anni ’50, la cornice adatta per le sue idee moderne. Partecipa a vari festival importanti europei, si lega per qualche tempo a Gato Barbieri, allora stanziale nel nostro Paese, apre un club (il “Los Amigos”), scrive musica d’ambiente e per spot pubblicitari, lavora come tecnico del suono allo Studio 7 di Tito Fontana, anomala figura d’industriale, pianista e compositore, ma soprattutto produttore di un’etichetta preziosa per lo sviluppo del jazz italiano di quei tempi, la rara, ormai quasi introvabile e a prezzi da mutuo, Dire. Si trattava di LP (ma, piuttosto stranamente, a volte anche di cassette) raffinati, notturni ed eleganti, con belle copertine, incisi benissimo, e riflettevano un modo poetico di avvicinarsi al jazz, lontano dalle temperie burrascose del <em>free</em> e dell’<em>hard-bop </em>americano.</p>
<p>Maurizio Lama è artista lirico e per nulla concettuale, piegato a melodie cantabili e ad armonizzazioni funzionali ad un’improvvisazione di estrema fluidità. In “Naima”, “Solar” e “Stella” si avvicina alle trame di Bill Evans, e forse non potrebbe essere diversamente, ma la sua personalità è molto più estroversa per quello stare spesso in bilico con la canzone (“Semplicissimo” di Lauzi, “Cosa diresti se” di Fontana) e con il commento evocativo di immagini (“Generazia” e “Tristossa” di Franco Cerri).<br />
Maurizio poi ama giocare con i violini, arrangiare temi per i caroselli televisivi (“Cose nude”), insomma è un vulcano creativo che questo disco, il suo unico da leader, rappresenta nel modo migliore. Come già detto,  sarà molto dura trovarlo; ma potete cercare con più probabilità di successo anche “Paolo Conte Plays Jazz”, CD recente in cui Maurizio compare come sideman in alcune incisioni dei primi anni ’60, o il più significativo album di Jacques Pelzer “Quartet”, riedito dalla Rearward, che documenta la musica del gruppo invitato al festival del jazz di Sanremo del 1961.</p>
<p>Tornando a questo album, forse alcuni brani – penso in particolare ai tre standard – potevano presagire una seduta completa, chissà! Certo è che, il 18 marzo 1968, in mezzo ad un’attività febbrile, Maurizio saluta i colleghi dello Studio e dà l’appuntamento ad un paio di giorni dopo: deve tornare a casa, la sua famiglia lo chiama. Non arriverà da nessuna parte, perché un tremendo incidente sull’autostrada dei Fiori lo uccide, a soli trentuno anni. Scompare così, nella maniera più atroce e senza senso, un talento originale e di straordinaria ricchezza espressiva, a cui mi viene da pensare spesso quando ascolto i giovani pianisti di oggi. Rimpiango di non averlo conosciuto di persona, perché sicuramente un musicista della sua classe sarebbe stato ospite frequente delle nostre rassegne.</p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
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		<title>RUDRESH MAHANTHAPPA &#8211; BUNKY GREEN : &#8220;Apex&#8221; &#8211; Pi Recordings (2010)</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/blog/rudresh-mahanthappa-bunky-green-apex-pi-recordings-2010/</link>
		<comments>http://www.anconajazz.com/blog/rudresh-mahanthappa-bunky-green-apex-pi-recordings-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 14:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Welcome / Summit / Soft / Playing With Stones / Lamenting / Eastern Echoes /Little Girl I’ll Miss You / Who? /Rainer and Theresia /The Journey Rudresh Mahanthappa, sax alto; Bunky Green, sax alto; Jason Moran, pianoforte; François Moutin, contrabbasso; Damion Reid o Jack De Johnette, batteria. Definito da John Corbett di Down Beat “A&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/blog/rudresh-mahanthappa-bunky-green-apex-pi-recordings-2010/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Welcome / Summit / Soft / Playing With Stones / Lamenting / Eastern Echoes /Little Girl I’ll Miss You / Who? /Rainer and Theresia /The Journey</strong></p>
<p><strong><br />
Rudresh Mahanthappa, sax alto;<br />
Bunky Green, sax alto;<br />
Jason Moran, pianoforte;<br />
François Moutin, contrabbasso;<br />
Damion Reid o Jack De Johnette, batteria.</strong></p>
<p>Definito da John Corbett di Down Beat “A great intergenerational conference call”, questo disco si è piazzato al quarto posto nel referendum annuale dei critici, categoria “Migliore jazz album”. Devo dire che è la prima volta che ascolto Mahanthappa, di cui già conoscevo il nome e le lodi, e confermo, almeno da questo disco, un giudizio altamente positivo verso questo musicista di origine indiana, giunto alla maturazione sulla soglia dei quarant’anni, un’età che la storia ci dice molto alta rispetto all’impatto avuto dai grandi maestri. Ma il jazz, pur non avendo esaurito le sue potenzialità d’espressione, è arrivato ad un livello così alto da non meravigliarmi affatto se un musicista ha bisogno di più tempo per elaborare una propria cifra stilistica.</p>
<p>Mahanthappa ha vinto anche nella categoria come miglior sax alto, davanti a gente del calibro di Lee Konitz, Phil Woods, Ornette Coleman, e insomma si staglia come l’uomo nuovo del jazz contemporaneo. Da queste tracce emerge un musicista molto sicuro di sé e della sua scrittura. Se devo trovare per forza un referente, mi sembra di intravedere una qualche eco di fraseggi tipici del già citato Ornette, di cui condivide un forte lirismo che pervade in continuazione queste strutture solide e “libere” allo stesso tempo. La collaborazione con Bunky Green, musicista più navigato ormai oltre i settantacinque anni, con un passato fitto di collaborazioni importanti (Charles Mingus, Ira Sullivan, Andrew Hill, Donald Byrd), e un presente ancora non dovutamente riconosciuto dai jazzofili, appare uno sbocco naturale per un comune sentire il jazz di oggi. Green è un bopper, ovviamente, ma il suo orizzonte si appropria anche di stilemi coltraniani e di un suono che, almeno a me, ricorda spesso il Jackie McLean delle sedute Blue Note più avanzate. Con un repertorio equamente diviso sul piano compositivo, i due altoisti vanno oltre le convenzioni del tema all’unisono, preferendo frasi in contrappunto e appuntamenti volanti che tradiscono una ferma struttura armonica e ritmica, stagliandosi poi ognuno un brano per sé : il sostenuto “Playing With Stones” per Mahanthappa e il delizioso tre quarti “Little Girl I’ll Miss You” per Green, in forma eccellente comunque in ogni pezzo di un disco che, pur sfiorando gli ottanta minuti, si fa ascoltare con estremo interesse e qualche brividino (lo splendido “Lamenting”).</p>
<p>Jason Moran non può passare in secondo piano. Altro campione della nuova scena del jazz, il pianista dimostra di muoversi in totale scioltezza attraverso i meandri di un jazz tanto teso e impegnativo, offrendo un supporto di tocco e fantasia melodica da fuoriclasse (me ne sono convinto definitivamente dopo il concerto di Charles Lloyd alla Mole dell’estate scorsa). Anche Moutin (già con pianisti come Richie Beirach e, soprattutto, Jean- Michel Pilc) fornisce un eccellente contributo d’intonazione e presenza, mentre tra i batteristi il mio favore va a De Johnette quando Reid opta per un uso dei tamburi e della cassa piuttosto pesante, fuori fuoco rispetto ai climi che la musica impone. Ma resta un dettaglio : il disco va ascoltato senza indugi, anche se la sua reperibilità è problematica, per forza attraverso la rete.</p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
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		<title>ATTENZIONE :  RINVIO !</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/blog/attenzione-rinvio/</link>
		<comments>http://www.anconajazz.com/blog/attenzione-rinvio/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:59:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Cari amici, con il perdurare di queste pessime condizioni atmosferiche il concerto del BIRTH OF THE COOL COLLECTIVE, previsto a Castelfidardo lunedì 6 febbraio, è stato rinviato a martedì 27 marzo, sempre a Castelfidardo. Il prossimo concerto delle Strade del Jazz è quindi il COOL JAZZ TRIO a Jesi, domenica 12 febbraio, con inizio&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/blog/attenzione-rinvio/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Cari amici, con il perdurare di queste pessime condizioni atmosferiche il concerto del BIRTH OF THE COOL COLLECTIVE, previsto a Castelfidardo lunedì 6 febbraio, è stato rinviato a martedì 27 marzo, sempre a Castelfidardo.</p>
<p>Il prossimo concerto delle Strade del Jazz è quindi il COOL JAZZ TRIO a Jesi, domenica 12 febbraio, con inizio alle ore 19. Ricordiamo che per questo concerto è possibile la prenotazione dell&#8217;ingresso riservata ai soci MJN 2012 sezione di Ancona Jazz.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>PAT MARTINO : &#8220;Undeniable&#8221; &#8211; HighNote (2011)</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/sentiti/pat-martino-undeniable-highnote-2011/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 15:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sentiti]]></category>

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		<description><![CDATA[Lean Years / Inside Out /Goin’ To A Meeting/Double Play / Midnight Special /’Round Midnight /Side Effect Pat Martino,chitarra; Eric Alexander, sax tenore; Tony Monaco, organo; Jeff Watts, batteria &#160; Pat Martino, classe 1944, è una leggenda vivente del jazz, forse è inutile e anche scontato ribadirlo. Le sue vicissitudini artistiche, e soprattutto fisiche, sono&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/sentiti/pat-martino-undeniable-highnote-2011/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<p></strong></p>
<p><strong>Lean Years / Inside Out /Goin’ To A Meeting/Double Play /<br />
Midnight Special /’Round Midnight /Side Effect</strong></p>
<p><strong>Pat Martino,chitarra;<br />
Eric Alexander, sax tenore;<br />
Tony Monaco, organo;<br />
Jeff Watts, batteria</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Pat Martino, classe 1944, è una leggenda vivente del jazz, forse è inutile e anche scontato ribadirlo. Le sue vicissitudini artistiche, e soprattutto fisiche, sono arcinote, tanto da risultare oggetto di studio e di culto. Non è questa l’occasione per ricordarle, ma è utile farne cenno per confermare quanto siano state importanti in un processo di maturazione che, a sentire questo ultimo disco, è ancora lontano dall’essere definito. La “scorza” della musica è pur sempre quella, devota a Wes Montgomery e ad un mondo espressivo basato sul “groove”, sul giro del blues, su una presa armonica e ritmica molto ricca e swingante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il jazz senza se e senza ma, insomma. Ascoltando Pat Martino si battono il piede e le mani, come puntualmente fa il pubblico del Blues Alley di Washington, celebre club dove è stata registrata questa seduta. Ma io non mi fermo qui. Sotto quelle frasi pulite e virtuose, quei climi solo in apparenza già sentiti, si cela un artista immenso, che è riuscito a fondere tecnica e spiritualità, senso dello spazio, astrazione e concretezza come forse nessun altro nella scena di oggi. (Concentratevi bene in “Double Play”, per favore). Ogni suo disco è un passo ulteriore verso confini ignoti e inesplorabili per i più, anche se il linguaggio mantiene dei codici di decifrazione già assimilati dalla massa degli ascoltatori. Ma, d’altronde non è stato così per tutti gli innovatori e le figure maggiori? Parker, Lester, Ornette, Coltrane, Miles partirono da basi solide come il blues, la forma canzone e arrivarono dove li condusse la loro arte. Martino (o Azzara, come ci rammenta la trascrizione del nome del principale compositore di questi brani) ha bisogno di una ritmica potente che assecondi i suoi voli solistici, e di poco altro, meglio se al suo fianco compare un organista. Da Trudy Pitts, presente nell’album di esordio (“El Hombre”, 1967), passando poi per Brother Jack McDuff, Jimmy Smith, Don Patterson, Richard Groove Holmes e altri, il chitarrista ha trovato nelle note dell’organo la cornice ideale per incastonare il suo strumento, mantenendo quindi ben viva una nobile tradizione nel jazz. E se fino all’anno precedente Pat Martino si circondava di buoni musicisti, questo nuovo quartetto può invece vantare nomi di prima grandezza, come il sassofonista Eric Alexander, già spesso suo collaboratore (il nostro festival li fece incontrare nell’edizione del 2008 alle Muse,  spero ricorderete), l’organista Tony Monaco, sollecitato al massimo proprio in “Double Play”, una delle vette del disco, e l’eccellente batterista Jeff Watts, capace di calarsi nella parte di propulsore ritmico senza perdere un grammo della propria fantasia e personalità.  Accanto a partner di simile livello, Pat si esalta in composizioni nuove di zecca che si muovono su un percorso fatto di blues, minor tunes, shuffle, ballads (il tema di Monk, anche se l’abbiamo sentito migliaia di volte, in questa versione ci prende e commuove come poche altre occasioni), reso con una profondità tale da perpetuarne l’esistenza. Già,  tutto questo ci sembra per davvero “innegabile”!</p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>ROY HAYNES : &#8220;People&#8221; &#8211; Pacific Jazz</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/news/nuova-recensione/</link>
		<comments>http://www.anconajazz.com/news/nuova-recensione/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[L’angolo del collezionista ROY  HAYNES “People” – Pacific Jazz (1964; LP) &#160; Invitation /The Party’s Over /What Kind Of Fool Am I /People /Softly, As In A Morning Sunrise / Wives and Lovers /Alone Together /Jamaica Farewell /Shanty In Old Shantytown /Mr. Lucky Frank Strozier, sax alto, flauto; Sam Dockery  Jr., pianoforte; Larry Ridley, contrabbasso; Roy Haynes,&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/news/nuova-recensione/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li style="text-align: left;"><strong>L’angolo del collezionista</strong></li>
</ul>
<h1>ROY  HAYNES</h1>
<h1>“People” – Pacific Jazz (1964; LP)</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><br />
Invitation /The Party’s Over /What Kind Of Fool Am I /People /Softly, As In A Morning Sunrise /<br />
Wives and Lovers /Alone Together /Jamaica Farewell /Shanty In Old Shantytown /Mr. Lucky</strong></p>
<p><strong>Frank Strozier, sax alto, flauto; Sam Dockery  Jr., pianoforte; Larry Ridley, contrabbasso; Roy Haynes, batteria</strong></p>
<ul>
<li>Questo disco è saltato fuori durante una discussione con Martin Wind e i suoi musicisti, dopo un concerto della serie “Turn Out The Stars”. Non ricordo come uscì il suo nome, ma ad un certo punto chiesi che fine avesse fatto Frank Strozier, alto sassofonista tra i miei preferiti e, in assoluto, tra i più sottovalutati dalla critica. Mi rispose Joe La Barbera, indicandolo subito come suo favorito e poi chiedendomi se conoscessi quel titolo che, a suo dire, meglio lo rappresentava, cioè “People” di Roy Haynes, per l’appunto.  Devo dire che, lì per lì, non mi ricordai di averlo in discoteca e lasciai che Joe me ne parlasse. (Mi disse anche che Frank ha smesso di suonare da tempo, e che ora insegna all’università). Poi, controllando meglio, mi sono reso conto di possederlo, in stampa giapponese, e ne ho approfittato per rimetterlo sul piatto.</li>
<li>Beh,  si tratta di un disco molto riuscito, indubbiamente, che rende onore anche a Roy Haynes e al produttore Richard Bock, ideatore di una seduta solo in apparenza “minore”, ma in realtà foriera di spunti di grande interesse. Roy puntava molto su questo quartetto, e soprattutto su Strozier, già con una solida carriera alle spalle, e destinato, secondo il suo parere, ad un brillante avvenire. In effetti  le qualità c’erano tutte, legate soprattutto ad una dimensione di “ponte” tra passato e futuro che il sassofonista aveva raggiunto in virtù di un’alta originalità del timbro e del fraseggio, in cui<br />
comparivano stilemi bop e grumi più tipici dell’avanguardia, un approccio di dilatazione dei tempi vicino a Coltrane e ad Art Pepper, la capacità di valorizzare i temi, un eccelso bagaglio tecnico. Tali caratteristiche avrebbero potuto condizionarlo alle prese con il minutaggio ridotto di questi brani, presi dal mondo del cinema, del musical e delle serie televisive, eppure<br />
Strozier vola alto lo stesso, riuscendo ad esprimersi compiutamente attraverso un’opera di “compressione” in cui non c’è mai una nota di troppo (Parker docet!).  Anche in veste di flautista il nostro dice cose importanti, come al solito a metà strada stavolta tra Bud Shank e Eric Dolphy, e forse proprio questa apparente ambiguità potrebbe averlo penalizzato sul piano del riconoscimento critico. A me interessa però la musica, e in questi solchi posso ascoltare frasi di notevole bellezza, un’audacia armonica superiore, e non voglio dimenticare l’apporto, discreto ma eccellente, della ritmica, in cui sottolineo la classe elegante di Sam Dockery, altro musicista che avrebbe meritato maggiore fortuna. Dal suo canto, Roy Haynes si piega con umiltà alle esigenze di una seduta che non può che vederlo comprimario più che leader, e sfoggia il suo tipico stile pieno di accentuazioni e di un <em>ride </em>limpido e presente, mai scontato.</li>
<li>Cercate pure questo disco, le ragioni sono tante, ma se volete avvicinarvi a Frank Strozier forse potrete ancora trovare dei compact, soprattutto quelli degli anni ’50 che lo videro protagonista del gruppo “MJT + 3” di Walter Perkins e Bob Cranshaw, un altro gruppo dimenticato che andrebbe invece risentito o scoperto per capire meglio l’evolversi della nostra musica.</li>
<li>Massimo Tarabelli</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>ANDREA POZZA &#8211; “Gull’s Flight” – Abeat (2011)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 08:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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<span style="font-weight:bold">&#8220;Gull&#8217;s Flight&#8221; – Abeat (2011)</span></p>
<p><span style="font-weight:bold">A Propos / Sir Pent / Gull&#8217;s Flight / Koe Koe Roe Koe Koe / Sem Palavras / Le Poirier Fatigué / Demasqué / Dancing Fog / La Vache Qui Rit / Three Slices Of Bread</span></p>
<p><span style="font-weight:bold">Andrea Pozza</span>  &#8211; pianoforte<br />
<span style="font-weight:bold">Dick de Graaf</span>  &#8211; sax tenore, sax soprano<br />
<span style="font-weight:bold">Christian Brewer</span>  &#8211; sax alto<br />
<span style="font-weight:bold">Jos Matchel</span>  &#8211; contrabbasso<br />
<span style="font-weight:bold">Shane Forbes</span> &#8211; batteria<br />
</span></p>
<p>Diciamolo chiaramente: ben pochi musicisti, nel mondo, sono in grado di produrre un disco così. Non mi riferisco tanto alla qualità (opere eccellenti ancora esistono, per fortuna), ma alla filosofia di fondo, al rispetto verso un linguaggio dai più dimenticato, quando non addirittura offeso (e in questa estate ne abbiamo purtroppo ascoltato qualche esempio).</p>
<p>Andrea Pozza è musicista umile e straordinario, che fugge le copertine ma resta tra i più ammirati e considerati nel mondo che conta di più, cioè quello dei jazzisti veri. Faccio mia, a tale riguardo, una frase stupenda che Leonard Feather rivolse ad Art Pepper: &#8220;<span style="font-style:italic">un artista affascinato dal potere della bellezza, piuttosto che dalla bellezza del potere</span>&#8220;. Andrea è fatto così: il suo pianismo affonda le radici nella grande tradizione bop e mainstream, ma il suo sguardo è sempre rivolto verso la musica, alla pregnanza melodica e ad una leggibilità che punta diretta al cuore dell&#8217;ascoltatore. Tra le sue diverse formazioni, questo recente quintetto è un diamante dalle varie sfaccettature, in cui ogni musicista apporta un bagaglio di conoscenze e capacità strumentali di tutto rispetto. Il più noto è il tenorista olandese Dick de Graaf, già da diversi anni partner di Andrea in proposte sempre stimolanti (forse ricorderete l&#8217;omaggio a Oliver Nelson che suonarono alle Muse nel 2005). Autore di metà dei pezzi – i rimanenti escono invece dalla penna del pianista – de Graaf è anche responsabile degli arrangiamenti, intelligenti e caratterizzanti, mai rivolti al già sentito, che permettono un ascolto diversificato e non stancante dell&#8217;intera scaletta.</p>
<p>Il quintetto agisce come un corpo unico, dimostrando così un&#8217;anima precisa, la volontà di tenere in piedi il &#8220;progetto&#8221; (perdonate l&#8217;utilizzo di questo termine, troppo spesso utilizzato a sproposito) il più a lungo possibile, ma è anche passerella di assoli splendidi, che riflettono sì la tecnica ma soprattutto scioltezza di linguaggio, originalità nel fraseggio, personalità dei musicisti coinvolti. Prendete l&#8217;alto sassofonista inglese Chris Brewer, per esempio: il suono e lo stile richiamano molti nomi (da McLean a Stitt, ma anche e forse soprattutto una linea tutta inglese che contempla Peter King e il dimenticato Derek Humble, colonna della Clarke-Boland Big Band), eppure l&#8217;impressione finale è che non copi nessuno, esprimendo quindi solo se stesso. E poi l&#8217;altro olandese, il bassista Jos Matchel, interpreta il suo ruolo con sorprendente facilità e presenza, evidenziando soprattutto una cavata poderosa figlia di un insolito utilizzo del pollice della mano destra. La sua empatia con il batterista inglese Shane Forbes – stupefacente, forse il migliore oggi  nel vecchio continente – è totale, in grado di garantire una base ritmica solida e duttile, sia nei tempi più complessi che in quelli liberatori più swinganti. Dal suo canto, de Graaf sfoggia  una sorprendente agilità al soprano – peccato che lo adoperi in un solo pezzo, l&#8217;interessantissimo &#8220;Koe Koe&#8221; &#8211;  e un timbro largo e virile al tenore, il cui vibrato impone un forte lirismo a &#8220;Dancing Fog&#8221;, unico brano eseguito in duo. Dovendo citare almeno un altro pezzo, indico in &#8220;Demasque&#8221; un ulteriore punto di forza del disco, in cui i due fiati attuano una rincorsa folle da togliere il respiro.</p>
<p>Quando si esibì al AJSF 2010, questo gruppo si presentò in quartetto per l&#8217;assenza improvvisa – causa dolorosa otite – di Dick de Graaf. Allora non ne sentimmo la mancanza, ma certo l&#8217;ascolto di questo CD ci indica che invece avevamo perso qualcosa di ricco e importante. Speriamo quindi riproporlo nella sua interezza. Andrea Pozza del resto sa bene che Ancona Jazz lo seguirà sempre, in ogni sua avventura.</p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
</div>
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		<title>GIACOMO  GATES &#8211; “The Revolution Will Be Jazz – The Songs of Gil Scott-Heron” – Savant (2011)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 08:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;The Revolution Will Be Jazz – The Songs of Gil Scott-Heron&#8221; – Savant (2011) Show Bizness / This Is A Prayer For Everybody To Be Free / Lady day and John Coltrane / Legend In His Own Mind / Madison Avenue / Gun / Winter In America / Is That Jazz / New York City&#160;<a href="http://www.anconajazz.com/sentiti/blog_1972/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
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<br />
<span style="font-weight:bold">&#8220;The Revolution Will Be Jazz – The Songs of Gil Scott-Heron&#8221; – Savant (2011)</span></p>
<p><span style="font-weight:bold">Show Bizness / This Is A Prayer For Everybody To Be Free / Lady day and John Coltrane / Legend In His Own Mind / Madison Avenue / Gun / Winter In America / Is That Jazz / New York City / It&#8217;s You World</span></p>
<p><span style="font-weight:bold">Giacomo Gates</span> &#8211; voce<br />
<span style="font-weight:bold">John Di Martino</span> &#8211; pianoforte<br />
<span style="font-weight:bold">Tony Lombardozzi</span> &#8211; chitarra<br />
<span style="font-weight:bold">Lonnie Plaxico</span>  &#8211; contrabbasso<br />
<span style="font-weight:bold">Vincent Ector</span> &#8211; batteria<br />
<span style="font-weight:bold">Claire Daly</span> &#8211; sax baritone, flauto<br />
</span></p>
<p>Confesso di aver ascoltato poco o nulla della produzione musicale di Gil Scott-Heron, singolare e indomito protagonista della turbolenta scena musicale e artistica nera durante gli anni &#8217;70. Gil fu (ne parlo al passato, perché il nostro ci ha lasciato da pochissimo, nel maggio 2011) innanzitutto un poeta, anticipatore del movimento rap ma continuatore del nobile, anche se defilato, movimento di reading con base jazzistica che caratterizzò il post bop degli anni &#8217;50. Il jazz, a dire il vero, era solo una componente, anche se importante, del linguaggio di Scott-Heron, che incorporava il folk, il pop, il blues, il rhythm and blues, sempre tuttavia secondari ai testi, caratterizzati da una fortissima impronta antirazzista, e fautori di valori alti come la libertà dei popoli, la pace, l&#8217;uguaglianza e la democrazia. Posizioni  spesso in contrasto con l&#8217;establishment capitalistico e politico americano, che lo tenne sempre ai margini del successo e della popolarità. Un personaggio scomodo, dunque, di cui verrà ricordato soprattutto il brano &#8220;The Revolution Will Not Be Televised&#8221;,  inserito nel suo album più famoso, &#8220;Pieces Of A Man&#8221;, registrato nel 1973 per la Flying Dutchman di Bob Thiele (fondatore e produttore, per chi non lo ricordi, della mitica etichetta Impulse), accanto a jazzisti come Hubert Laws, Ron Carter, Bernard Purdie e il fido pianista e coautore Brian Jackson. A rimuovere Scott-Heron dall&#8217;oblio ha pensato il produttore Mark Ruffin, che ha affidato a Giacomo Gates il compito di rispolverare song di profonda attualità.</p>
<p>Noi di Ancona Jazz conosciamo molto bene  Giacomo, più di chiunque altro in Italia, essendo stati i primi e gli unici ad ospitarlo nel nostro Paese. Sessanta anni, una vita dura, piena dei lavori più svariati, ma una sola passione : il grande jazz da Parker in avanti, che lo spinge a diventare il più entusiasmante interprete, sulla scena di oggi, di uno stile inventato da Babs Gonzales e King Pleasure e poi portato ai massimi livelli da Eddie Jefferson: il vocalese. Eppure il suo canto, da semplice (ma non facile&#8230;) ricalco di assoli strumentali, si è evoluto, disco dopo disco, verso una maturità espressiva che ampia una tavolozza di colori già notevole, fatta di profondità di note, maggiore attenzione verso le liriche, riportate al loro significato semantico piuttosto che ritmico, respiro del fraseggio, superiore peso delle ballad nel repertorio. Tutto questo ritroviamo puntuale nel disco in oggetto, forse il suo migliore ad oggi, in cui Giacomo dimostra più che mai di essere un cantante nel pieno controllo delle facoltà, e di mantenere sempre viva la fiamma del vero jazz, senza compromessi e ammiccamenti. Con il brano d&#8217;apertura si guarda in faccia alla storia, swing e scat come nella migliore tradizione; ma poi ecco gli slow di &#8220;This Is A Prayer&#8221;, &#8220;Madison Avenue&#8221;, la splendida &#8220;Winter In America (un&#8217;amara riflessione sulla morte della democrazia e sulla disillusione della costituzione americana), il pregnante &#8220;New York City&#8221;, per un disco che, in maniera opportuna, alterna ritmi e situazioni per la più ampia godibilità d&#8217;ascolto. L&#8217;omaggio a Billie Holiday e John Coltrane e, soprattutto, &#8220;Is That Jazz&#8221;, in cui Giacomo cita alcune icone della musica afroamericana, come Basie, Ellington, Parker, Holiday, Lester Young e Miles, sono gli agganci più significativi all&#8217;anima jazzistica di Scott-Heron. Alla riuscita del disco concorrono infine i musicisti, tutti eccellenti, a partire dallo splendido pianista John Di Martino, tra i più sensibili e preparati accompagnatori della scena odierna.</p>
<p>Non mancatelo, quindi, anche perché è uno dei pochissimi CD di Giacomo Gates distribuiti in Italia. E poi il titolo  è probabilmente il più benaugurante mai scritto, insieme con la celebre frase di Dexter Gordon &#8220;<span style="font-style:italic">Bebop Is The Music Of The Future</span>&#8220;!</p>
<p>Massimo Tarabelli</p>
</div>
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		<title>Nat Shapiro &amp; Nat Hentoff &#8211; Hear Me Talkin&#8217; To Ya</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 11:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sentiti]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia del jazz raccontata dagli uomini che l'hanno fatta
<br />Traduzione e cura di Massimo Tarabelli<br />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<br />
Voglio partire da lontano, ricordando ciò che lessi nel  1976: &#8220;<span style="font-weight:bold">Storia di una maitresse americana</span>&#8221; di Nell Kimball.</p>
<div style="font-style:italic; margin: 10px 0px;">Quando ero a Storyville, a New Orleans, avevo tre suonatori negri. Prendevano un paio di dollari per notte ciascuno, e mangiare a volontà. Suonavano quello che sarebbe diventato, o forse già era, jazz&#8230;<br />
&#8230;Quel tipo di musica chiamato jazz stava diventando sempre più importante, e suonatori come King Oliver e Louis Armstrong stavano per imbarcarsi per il Nord sui battelli fluviali, e avrebbero cominciato a diffonderlo a Chicago. Oliver me lo ricordavo come domestico in una distinta famiglia bianca, e Louis da ragazzo guidava i furgoni di carbone, urlando il suo commercio. Nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato un grande suonatore di tromba, su al Nord.*<br />
Non voglio dare l&#8217;impressione che ne sapessi qualcosa, di jazz, o che avessi un orecchio particolare per quel tipo di musica. Fui semplicemente testimone del suo sviluppo.<br />
I bianchi lo chiamavano &#8220;musica da casino&#8221; e veniva suonato con gran strepito nei posti da quattro soldi e nei lupanari più degradati,<br />
e con un po&#8217; più di controllo nelle case più eleganti.<br />
Ci volle del tempo prima che il jazz diventasse una musica largamente popolare, e fu quando noi cominciammo a suonarla molto, nei casini&#8230;</div>
<p>Qualche anno più tardi lessi &#8220;<span style="font-weight:bold">Natura morta con custodia di sax</span>&#8221; di Geoff  Dyer ed altri libri riguardanti la vita di grandi personaggi del jazz, però mi mancava ancora qualcosa che completasse il mio immergermi tra quei personaggi che il jazz lo hanno fatto nascere, coloro che ce lo hanno tramandato oralmente perché non esistevano ancora supporti, né si può parlare di spartiti, in quanto, prerogativa dell&#8217;improvvisazione è la non scrittura delle note sul pentagramma.<br />
Ciò che cercavo l&#8217;ho trovato nel libro &#8220;<span style="font-weight:bold">Hear Me Talkin&#8217; To Ya, La storia del jazz raccontata dagli uomini che l&#8217;hanno fatta</span>&#8221; di Nat Shapiro &amp; Nat Hentoff.<br />
Un libro del 1955 mai tradotto prima in italiano,  che non poteva mancare negli scaffali degli amanti del jazz, della musica e della storia.<br />
<span style="font-weight:bold">Massimo Tarabelli</span>  ha sopperito a  questa assenza e già, dalla  prima serata di <span style="font-weight:bold">Ancona Jazz Summer Festival</span>, abbiamo avuto la soddisfazione di poter sfogliare il libro e leggere  di queste storie, di queste cronache, di questi spaccati di vita, grazie ad una traduzione che solo un profondo conoscitore e amante del Jazz, come è il curatore, poteva darci.<br />
Una traduzione scorrevole, con  note esplicative del traduttore a piè di pagina ,facilitano la comprensione anche a quei lettori che per la prima volta volessero avvicinarsi a questo affascinante mondo, nel quale, una volta entrati, piacevolmente vorranno esserne rapiti.</p>
<p>Tina Giorgetti</p>
<p>
<span style="font-weight:bold">Nat Shapiro &amp; Nat Hentoff<br />
&#8220;Hear Me Talkin&#8217; To Ya – La storia del jazz raccontata dagli uomini che l&#8217;hanno fatta&#8221;<br />
Traduzione e cura di Massimo Tarabelli<br />
Ed. Italic, pp. 326, euro 18,00.</span></p>
</div>
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		<title>JOHN SCOFIELD JAZZ QUARTET</title>
		<link>http://www.anconajazz.com/news/blog_1955/</link>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 21:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[. <br /> Ancona Jazz Summer Festival 2011 <br />
10 luglio alla Mole Vanvitelliana <br />
... gran finale!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><P><BR>Domenica 10 luglio &#8211; ore 21.30 &#8211; corte della Mole Vanvitelliana<BR><BR><STRONG>JOHN SCOFIELD JAZZ QUARTET <BR>featuring Mulgrew Miller, Scott Colley, Bill Stewart</STRONG></P><br />
<P>Figura leggendaria della chitarra, John Scofield torna ad Ancona<BR>alla testa di un trio straordinario, comprendente tre fuoriclasse dei<BR>loro strumenti, in grado di rendere questa formazione una vera e<BR>propria All Stars.</P></p>
]]></content:encoded>
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