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BILL EVANS – “Some Other Time – The Lost Session From The Black Forest” – Resonance (1968 – 2LP)

BILL EVANS

“Some Other Time – The Lost Session From The Black Forest” – Resonance (1968 – 2LP)

LP1 : You Go To My Head / Very Early / What Kind Of Foll Am I? / I’ll Remember April / My Funny Valentine / Baubles, Bangles and Beads / Turn Out the Stars / It Could Happen To You / In A Sentimental Mood / These Foolish Things / Some Other Time

LP2 : You’re Gonna Hear From Me / Walkin’ Up / Baubles, Bangles and Beads / It’s All Right With Me (incomplete) / What Kind Of Fool Am I? / How About You? / On Green Dolphin Street / Wonder Why / Lover Man / You’re Gonna Hear From Me (alt. take)

Bill Evans, pianoforte; Eddie Gomez, contrabbasso; Jack DeJohnette, batteria

Innanzitutto, diciamo subito che questo titolo è disponibile anche in doppio CD, mentre la versione in vinile doppio a 180 grammi ha una tiratura ben più limitata, 4.000 copie, e quindi difficoltosa (e di sicuro più costosa) a trovarsi. Ma se siete appassionati di alta fedeltà cercate di non farvi sfuggire, pur con qualche sacrificio, i cari padelloni. I motivi d’interesse di questi dischi sono diversi. Vediamoli un po’, a cominciare dalla registrazione in studio, a Villigen in Germania, e realizzata da Hans Georg Brunner-Schwer, in sostanza il produttore della mitica MPS, etichetta di notevole importanza per qualche decennio (adesso meta ambita dai collezionisti) e che si rese famosa per la qualità tecnica dei suoi prodotti. La serie “Exclusively for my Friends” di Oscar Peterson è un “must” per tutti i seri appassionati di musica, e non voglio dimenticare i tanti dischi di jazzisti europei (Jean-Luc Ponty, Albert Mangelsdorff, Martial Solal) e americani residenti o di passaggio nel vecchio continente (Dexter Gordon, Johnny Griffin, Milt Buckner, Frank Rosolino, Dizzy Gillespie).  Essere riusciti a scovare un nuovo inedito, addirittura non dal vivo, di Bill Evans è un altro grande merito di Zev Feldman, il quale continua la serie di scoperte della Resonance con notevole successo. Come sarà stato possibile “dimenticare” una seduta del genere è un mistero, ma d’altronde basta osservare che appena cinque giorni dopo il trio si esibirà a Montreux per un album che segnerà l’esordio del pianista su Verve, per capire quanto il nuovo contratto abbia di fatto impedito la pubblicazione della prima, vera, uscita della nuova formazione con Jack DeJohnette alla batteria. Però l’aspetto a mio avviso più intrigante di questa registrazione è rappresentato dalla presenza di brani rarissimi nel repertorio di Evans, quasi mai eseguiti in altre occasioni. Già a Montreux, per esempio, il concerto verterà su temi del tutto diversi, tranne l’originale “Walkin’ Up”, per adagiarsi sui più classici “A Sleepin’ Bee”, “Nardis”, “Someday My Prince Will Come”, ubbidendo forse a delle imposizioni produttive. In studio, invece, Bill è lasciato libero di esprimersi come desidera e il nostro si scatena in una serie di esecuzioni tutte valide alla prima prova, a parte una ripresa di “You’re Gonna Hear From Me”. Gli altri brani ripetuti che potete leggere sono in realtà affrontati in situazioni diverse, dal solo al duo. Già la partenza è illuminante, a tal senso. “You Go to My Head” si poteva trovare soltanto nel disco “Interplay”, del 1962 in quintetto, “Baubles” appare addirittura nascosto in un medley del Milestone “Solo Sessions, Vol.1 & 2” del 1963, poi edito più di vent’anni dopo, nel 1989, e in “Bill Evans Alone (Again) del 1975; identica sorte è per “What Kind of Fool Am I”; “These Foolish Things” è una prima assoluta, e non verrà mai più riproposta, neppure dal vivo a quanto si sa; e così via, insomma una serie di perle a cui Evans apporta una nuova dimensione estetica, un approccio più virile e potente, ben descritto da Marc Meyers nel solito ricco fascicolo interno, quando individua quattro fasi espressive nel percorso stilistico del pianista. In quegli anni Bill Evans è nel periodo “percussivo”, in cui il voicing è più profondo, l’articolazione delle frasi è più nervosa e precisa, il sound d’insieme viaggia sul doppio binario di un arrangiamento costante per il pianoforte e di una maggiore libertà di basso e batteria, che devono garantire, a mo’ di contrasto, una continua sensazione di freschezza e di rinascita. Soprattutto è sul batterista che Evans indirizza le maggiori attenzioni, al contrario della precedente fase, in cui la fonte principale d’ispirazione era soprattutto il bassista. Descrive bene tale prassi proprio DeJohnette, la cui preziosa intervista, insieme con quella a Eddie Gomez, è puntualmente trascritta. Bill gli chiedeva di variare spesso il gioco sui tamburi con le spazzole e, in particolare, sui piatti, perché da lì riusciva a compiere quel magico intreccio di suoni che avrebbe caratterizzato per sempre la dimensione del trio con pianoforte. Quando, appena sei mesi dopo, subentrerà Marty Morrell per una permanenza ben più lunga, fino al 1975, Evans consiglierà al nuovo arrivato perfino di aggiungere un terzo piatto, il più grande “China splash cymbal”, con lo scopo di ottenere un suono più caldo e avvolgente. E’ chiaro, dunque, quanto siano stati importanti questi sei mesi per Bill Evans, forse i più creativi dopo il trio con La Faro e Motian. E chissà se si riuscirà a trovare qualche registrazione “live” del mese consecutivo al Ronnie Scott dopo la data di Montreux: Jack DeJohnette ricorda quelle serate tra le più entusiasmanti della sua intera carriera! In attesa e speranzosi, ascoltiamo con la dovuta attenzione questo “Some Other Time”, è molto probabile che risulterà l’uscita più eclatante dell’intero 2016.

Massimo Tarabelli

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