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"Il Jazz è una scelta di vita"

   Abbiamo raggiunto telefonicamente Franco Cerri a Milano, pochi giorni prima del suo concerto ad Ancona (venerdì prossimo al Ridotto delle Muse, N.d.R.). Cerri è molto legato ad Ancona e alla sua provincia: ha scoperto la Riviera del Conero negli anni Settanta ed ha comprato una casa nel villaggio Taunus, ove trascorre tuttora le vacanze estive, “protetto” da amici ed estimatori, della Riviera, di Ancona e di Osimo (ove ha presieduto qualche anno fa una scuola di jazz). Il calore umano del personaggio è palpabile anche a distanza: speriamo di trasmetterlo in questo breve resoconto.

   Franco, per te il jazz è scelta di vita, oltre che musicale: come è nata e si è sviluppata?

   “Ascoltai il primo assolo di chitarra da Michele Ortuso, nell’Orchestra Angelini, nel brano “Tiger Rag”, incredibilmente ribattezzato – eravamo sotto il fascismo, ed il jazz era vietato –“il ruggito della tigre” (quando “rag” sta per “ragtime”, uno stile jazz degli esordi, N.d.R.). Chiesi insistentemente ai miei genitori una chitarra, e me ne comprarono una per settantotto lire, ma aggiungendo: “Non abbiamo soldi per le lezioni”. Sono così diventato autodidatta, imparando tutto dai dischi che ascoltavo a casa di Giampiero Boneschi. Il jazz è diventato il mio amore più grande e parte fondamentale della mia vita.”

   Ecco, tu sei autodidatta e hai raggiunto uno stile personalissimo: quasi tutti i jazzisti di oggi vengono da studi al Conservatorio e da lezioni private. Come lo spieghi? C’è differenza?

   “Benedetti Michelangeli e il Maestro Muti mi hanno esplicitamente detto: “Fortunato tu, che non sei caduto nelle regole, nella rete dell’accademia!”. Ognuno segue il proprio sentiero: io da autodidatta ho scoperto cose che altri hanno scoperto studiando. Forse a me manca la parte accademica, forse ad altri manca la parte istintiva: ma alla fine è l’orecchio che ci dice se una frase, una sequenza musicale va bene o va meno bene”.

   “Si è scritto che i tuoi riferimenti siano Django e Barney Kessell per il fraseggio nervoso, Wes Montgomery e Jim Hall per la morbidezza del suono. Questi sono storicamente e unanimemente considerati “maestri”: ma altri, come René Thomas, che secondo me ti è altrettanto vicino, non sono considerato tali. Come si muovono questi meccanismi di mancato riconoscimento?”

   “Che meraviglioso chitarrista René Thomas! Ho avuto la fortuna di suonare con lui, ma soprattutto di parlarci, di capire come la sua sensibilità sia vicina alla mia. E’ questo l’aspetto più importante: ho incontrato appena una settimana fa Jim Hall. Stupendo musicista, ma anche uomo dolcissimo e colto: è questo che lo fa un maestro. Personalmente credo di non aver copiato da nessuno, ma tutto quel che ho ascoltato – è quello che dico sempre ai giovani jazzisti: ascoltate, ascoltate, ascoltate jazz! – ha contribuito a costruire il mio stile”.

   “Franco, tu hai reso popolare il jazz, negli ani ’60 e ’70, partecipando e conducendo trasmissioni televisive alla RAI, quando passavano musicisti incredibili: ricordo – ero poco più che bambino – Dizzy Gillespie, Duke Ellington. Cosa accade oggi?”

   “Purtroppo si è tutto commercializzato e la televisione è un prodotto in mano ad imprenditori, e solo casualmente, senza alcuna programmazione, può capitare di ascoltare, e per pochi minuti, del jazz. Ma questo si riflette su tutto il movimento jazzistico. Pensa ad Augusto Mancinelli, il chitarrista che sarà al mio fianco ad Ancona: è un musicista sensibile ed eccezionale, eppure suona pochissimo e si è dato all’insegnamento, certo importante, ma che ti fa perdere un po’ il contatto con la musica. Perché quello che ci spinge non è il denaro, ma l’amore per la musica: è questo l’aspetto premiante della nostra “professione”.

 

(Intervista raccolta da Andrea Piermattei)

 

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