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FRANCESCA TANDOI “Wind Dance” – Atelier Sawano (2016)

I Could Write A Book /Magic Three /This Can’t Be Love /Clair De Lune /Thou Swell /Where Do You Start? /Just You, Just Me /I’ll Be Seeing You /Wind Dance /I’m Gonna Laugh You Right Out Of My Life /Fried Pies

Francesca Tandoi, pianoforte, voce; Frans Van Geest, contrabbasso; Frits Landesbergen, batteria

Cominciamo con un giochino : quanti giovani pianisti, nel mondo, si rifanno stilisticamente ai grandi virtuosi come Oscar Peterson, Monty Alexander, Ahmad Jamal, Gene Harris, Phineas Newborn, insomma la tradizione più swingante? molto pochi, ahimé; quanti di questi sono donne? ancora meno, direi; quante di queste poche donne potrebbero essere italiane? forse nessuna. Ebbene, quasi incredibile a dirsi, una persona che racchiuda queste tre caratteristiche esiste e si chiama Francesca Tandoi. Romana, ma residente da tempo in Olanda, Francesca ha plasmato e sviluppato il suo pianismo, nonché una vasta cultura specifica, in contatto con la realtà nordeuropea, maggiormente disponibile all’ascolto di questo tipo di jazz in club e festival prestigiosi. “Wind Dance” è il suo ultimo disco (il terzo, per la precisione), registrato sempre con il suo abituale ed eccellente trio olandese in cui, oltre ad un bassista di grande spessore e musicalità, compare il più noto Landesbergen, impegnato anche come vibrafonista nel trio con organo di Max Ionata e già ascoltato durante il Summer Festival 2016. Lo dico subito: chi ama questo tipo di formazione troverà ampia soddisfazione nel sentire temi così famosi tanto rinfrescati grazie ad un linguaggio di estremo interesse e piacevolezza. Francesca infatti esplora tutta la tastiera e sforna idee a profusione, che riescono a svelare lati insoliti e imprevedibili anche nei brani più sentiti. La sua concezione del trio si colloca a metà strada tra una funzione meramente d’accompagnamento della ritmica e quella d’interplay alla Bill Evans, per intenderci. Proprio qui vive la costante rinascita degli standard, affrontati con rara eleganza (ma non disgiunta dal vigore) e quella maestria necessaria a far sì che basso e batteria si incastrino alla perfezione tra gli accordi precisi, di forte impatto sui bassi della mano sinistra, e le lunghe frasi della destra, memori sì di Peterson, ma ben consce di sviluppi successivi come quelli, addirittura, di un impensabile (per quando straordinario) Tamir Hendelman.  Altro lato per nulla trascurabile riguarda il fatto che Francesca sia anche cantante, e quindi sensibile più di altri all’essenza del pezzo, legata strettamente alle liriche. Le sue ballad sono esemplari, potrei anche azzardare indimenticabili, vedi “I’ll Be Seeing You”, “I’m Gonna Laugh You” e soprattutto “Where Do You Start?”, una gemma d’interpretazione vocale in totale solitudine. Ma non crediate che sui tempi veloci la ragazza scherzi, tutt’altro. “Just You, Just Me” o “Fried Pies”, ad esempio, potrebbero reggere qualsiasi blindfold test : ne sentiremmo di tutti i colori! Questo CD comprende anche un paio di suoi brani notevoli, tra cui quello da cui prende il titolo cattura l’attenzione per quel muoversi sempre su linee melodiche senza pause, aspetto che ricorda (forse inconsapevolmente) Steve Kuhn. Insomma, alla fine avrete tra le mani un disco non solo sorprendente, ma per i suoi rimandi e senso della storia anche di profondo arricchimento culturale. Peccato che non sia tanto facile da reperire, se non dalla stessa Francesca durante i suoi concerti. Non perdeteli, perché lei è bella e simpatica, oltre che bravissima : che volete di più?

Massimo Tarabelli

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