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FRANK KIMBROUGH “Monk’s Dreams: The Complete Compositions of Thelonious Sphere Monk” – Sunnyside (2018; box 6 CD)

Frank Kimbrough, pianoforte; Scott Robinson, sax tenore, sax basso, tromba, echo cornet, clarinetto basso, sassofono contrabbasso; Rufus Reid, contrabbasso; Billy Drummond, batteria

L’idea di quest’opera mastodontica nasce nella testa di Frank Kimbrough in un tavolo del Jazz Standard di New York nel 2017, centenario della nascita di Thelonious Monk e ricorrenza celebrata in tanti concerti sparsi per il mondo. Fu un po’ l’uovo di Colombo: Monk è sicuramente l’autore più eseguito dai jazzisti dopo Ellington, ma mai qualcuno aveva pensato di avventurarsi in un’iniziativa del genere. Una volta individuati in Reid e Drummond la ritmica ideale, bisognava cercare chi fosse adatto a raccogliere il testimone lasciato da sassofonisti del calibro di John Coltrane, Sonny Rollins, Johnny Griffin e Charlie Rouse. Kimbrough afferma di aver avuto subito l’intuizione giusta nell’offrire a Scott Robinson questa opportunità, per via di una creatività e una versatilità strumentale pressoché uniche (e ancora meritevoli di un riconoscimento universale, a mio modesto parere…). Dopo un anno di gestazione e di studio delle partiture, i quattro si sono ritrovati per registrare in pratica un CD al giorno, in cui tutti i 70 pezzi scritti da Monk sono stati eseguiti nell’ordine che troverete puntualmente riprodotti, e circa la metà in una sola “take”. Quasi tutti sono noti o notissimi per via di innumerevoli versioni, ma è interessante imbattersi in temi sconosciuti, eseguiti dallo stesso autore addirittura soltanto una volta o poco più. Cito, ad esempio, “Bluehawk”, “Functional”, “North of the Sunset”, “Sixteen”, “Raise Four”; addirittura “Two Timer” e “A Merrier Christmas” non risultano affatto nella discografia del grande pianista, almeno in quella in mio possesso. Come affrontano i quattro questi temi, tanto innovativi per l’epoca in cui furono composti, e forieri di estrema libertà sul piano armonico, ritmico e dell’improvvisazione? Lasciando ai musicologi una risposta più articolata (e pedante, scusatemi…), io direi, in prima battuta, con il dovuto rispetto verso lo spirito originario. Il che significa tener conto delle dissonanze, di accordi in apparenza “sbagliati”, dei tempi ibridi, per cui le ballad, i medium e i fast rispondono a metronomi aleatori, mai troppo lenti o troppo veloci, forse però ideali nel momento solistico. Kimbrough è pianista non convenzionale, lo sappiamo bene (lo invitammo anche, nell’edizione 2005 de “Le Strade del Jazz”), e di grandi doti tecniche. In tutte queste tracce, fra le quali anche un paio per solo piano, egli non può deragliare troppo dal solco tracciato da Monk, ma rimane essenzialmente padrone del proprio stile, originale compendio fra bop e avanguardia, sempre al servizio di un forte impatto melodico. Non poteva poi essere men che eccellente l’apporto di Reid e Drummond, super navigati ed esperti di trii e quartetti, con orecchio e disponibilità smisurati. Grazie a loro si sta sicuri di avere un background ritmico di altissimo livello, tanto maggiore quando si richiede, come in questo caso, particolare attenzione alle sfumature, a non perdere mai di vista rotta e meta finali. Ma l’idea vincente resta, a mio parere, quella di Scott Robinson, soprattutto se pensiamo ad un ascolto continuativo di questi CD. Pur essendo il poeta della libertà e del silenzio, Monk era piuttosto avaro negli arrangiamenti, quindi i pezzi (oltre al fatto che, dal vivo, preferiva eseguire spesso gli stessi) si poggiavano su esecuzioni standard: esposizione all’unisono del tema, assolo di sax, quasi sempre senza sostegno del piano, assolo di pianoforte, talvolta intervento di contrabbasso, scambi con la batteria e ritorno al tema. Di conseguenza il pericolo di una qual monotonia esisteva, eccome. Scott evita tutto ciò diversificando i suoi tanti strumenti, e scegliendo via via quale possa offrire la più consona variante timbrica. Il sax tenore resta quello maggiormente utilizzato, ma dimenticate Rouse, Coltrane o Griffin; Scott non imita alcuno, esprimendo solo la sua personalità, mirabile sintesi fra un approccio “cool” alla Stan Getz e sussulti quasi “free”. Alla tromba è invece più vicino al jazz classico, e molto curiosa è l’echo cornet, strumento forse di produzione artigianale, che gli permette di passare dal suono aperto al sordinato solo con la pressione di un tasto. Per quanto mi riguarda, apprezzo molto gli interventi con gli strumenti gravi, clarinetto basso, sax basso e il gigantesco sassofono contrabbasso, piegati ad un insospettabile (perché complicato dal punto di vista tecnico) fraseggio boppistico. “Finalmente ho realizzato il mio sogno: suonare “Brilliant Corners” al sax basso!”, scrive il sassofonista nel booklet interno, peraltro da leggere interamente con la dovuta, e prevedibile, attenzione.
Immancabile in ogni seria discoteca, questo cofanetto gode di un prezzo contenuto, tale da richiedere un piccolo sacrificio. Ma attenzione: mi dice il distributore che la Sunnyside l’ha esaurito dopo pochi mesi, e non si conoscono i tempi di ristampa. Se lo trovate da qualche parte, non ci pensate due volte!

Massimo Tarabelli

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