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HAROLD McNAIR “Affectionate Fink” – Monkey Dog (1965-2017)

You Stepped Out of a Dream / Here’s That Rainy Day / Affectionate Fink / I Love You / Angel Eyes /O Barquinho

Harold McNair, sax tenore, flauto; Alan Branscombe, pianoforte; David Izenzon, contrabbasso; Charles Moffett, batteria

Una manciata di dischi da leader (tutti praticamente introvabili fino a pochi mesi fa), una carriera stroncata a 40 anni, nel 1971, un musicista di culto diviso fra la terra d’origine, la Giamaica, e l’Inghilterra, dove trascorse il suo periodo più fecondo, ancorché limitato; ma quel poco che si è sentito basta e avanza per inserire McNair fra i più interessanti strumentisti di quegli anni, di sicuro uno dei massimi flautisti dell’intera storia del jazz. Mi ero imbattuto nel suo nome ascoltando un vinile di Philly Joe Jones, “Trailway Express” del 1968, e poi un CD di Blossom Dearie del 1970, “That’s Just the Way I Want To Be”, entrambi realizzati con musicisti inglesi, dove Harold spicca in entrambi grazie ad assoli prodigiosi al flauto. Gran parte della sua carriera è stata dunque di sideman, quando addirittura non sotto il falso nome di “Little G” nelle registrazioni di Kingston, accanto anche ad artisti pop, in particolare il cantante folk Donovan. Insomma, Harold ha fatto di tutto per nascondersi, chissà perché, riuscendoci peraltro molto bene, ahimé. Oggi, nessuno lo ricorda, nella migliore delle ipotesi, perché altrimenti risulta per lo più sconosciuto. Ci ha salvato dall’ignoranza prima un cd della Vocalion, etichetta specializzata nelle ristampe del jazz inglese, comprendente ben due titoli, “Harold McNair” del 1968, in quartetto con Bill Le Sage Spike Heatley e Tony Carr, e “Flute & Nut” del 1970 con orchestra arrangiata da John Cameron; e poi questo recentissimo “Affectionate Fink”del 1965, ristampato su licenza della Island, che dava molto risalto in copertina ai due ritmi di Ornette Coleman, in quell’anno in giro per l’Europa e responsabili di dischi fondamentali come i due live al Golden Circle di Stoccolma su Blue Note. Se nel primo CD lo strumento principale utilizzato è il flauto, nel secondo Harold si divide equamente con il tenore, denotando anche qui una fortissima personalità, unita ad una capacità di scomposizione e arrangiamento degli standard ben lontani da un semplice tema-assolo-ritorno al tema. I tempi si allargano, il clima è poetico e drammatico allo stesso tempo, che in parte fa venire alla mente certi approcci di J.R.Monterose o di Art Pepper, e tutto il gruppo è coinvolto in un processo creativo incessante, superlativo in questo caso vista la qualità dei musicisti coinvolti. Branscombe è un altro piccolo genio di ben poca notorietà, avendo suonato nel quartetto del batterista Tony Kinsey e nell’orchestra di Johnny Dankworth. Sentite che tocco, che fantasia, che swing! E pensate anche che il pianoforte è solo uno degli strumenti che normalmente suonava, oltre alla batteria, il vibrafono, il sax tenore e il sax alto (quindi più di Tubby Hayes e Victor Feldman, tanto per gradire).  Se infine volete farvi un’idea di quanto valessero Izenzon e Moffett al di fuori di un contesto “free” ascoltate bene il loro apporto in questi pezzi, tanto originali da risultare unici. Il bassista era un fenomeno, questo apparve subito chiaro, ma il suo walking nel sostenere la ritmica è impressionante per scelta di note e profondità di suono, mentre i soli all’archetto lasciano semplicemente a bocca aperta per l’apertura armonica (in pratica, saltate tutte le battute) e il virtuosismo tecnico, alla base di una velocità sbalorditiva, senza altri riscontri a mio sapere. Non per nulla uno dei suoi migliori allievi è stato Gary Peacock. Pari fantasia è appannaggio di Moffett, la cui grancassa puntella e rilancia in modo ossessivo, denotando una felicità esecutiva forse impensabile. In mezzo a tanta vitalità, con un repertorio che mescola standard, ballad, un blues originale (il titolo del disco) e una bossa nova, McNair riesce ad esprimere compiutamente se stesso, destando in ogni momento interesse e ammirazione, in particolare al flauto, strumento nobilissimo che sotto le sue labbra acquista suono e fraseggio di estrema pulizia e bellezza, lontani dai grumi violenti di un Roland Kirk, e tuttavia di pari efficacia nell’economia di un vocabolario espressivo di grande fascino. Disco imperdibile per tutti i seri cultori del jazz, da cercare ovviamente in rete.

Massimo Tarabelli

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