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I remember you: JOHNNY COLES “New Morning” – Criss Cross (1982; LP)

Super 80 / Duke Ellington Sound of Love / Mister B / New Morning / United / I Don’t Know Yet

Johnn Coles, flicorno; Horace Parlan, pianoforte; Reggie Johnson, contrabbasso; Billy Hart, batteria 

Lo spazio che le varie enciclopedie, testi storici, Wikipedia ecc., dedicano a Johnny Coles è sempre troppo esiguo rispetto alla statura di questo musicista schivo, di sicuro sofferente a causa dei soliti “problemi personali”, mai in primo piano, ma altrettanto forte di una considerazione alta da parte dei suoi colleghi, che spesso lo chiamavano ad entrare nei loro gruppi e progetti. La discografia di Coles parla chiaro, da questo punto di vista: appena cinque dischi da leader, e molti di più come sideman, anche in registrazioni fondamentali come quelle al fianco di Miles Davis (“Porgy and Bess, “Sketches of Spain”), Gil Evans (“New Bottle, Old Wine”, “Great Jazz Standards”, “Out of the Cool”), Charles Mingus (“The Great Concert of C.M.” e, in genere, qualsiasi altra uscita del 1964), Duke Ellington (“Third Sacred Concert”). Cosa vedevano in lui questi grandissimi, ma anche Gene Ammons, James Moody, A.K. Salim, Duke Pearson, Booker Ervin e Herbie Hancock? Semplicemente: la poesia al di là della tecnica. Ed è proprio quello che amiamo noi, e che cerchiamo in qualsiasi jazzista degno di tale nome. Coles non fu affatto un modello di padronanza strumentale; talvolta le sue note tendevano a calare, qua e là il fraseggio inciampava in qualche piccola defaillance, ma il jazz è musica umana più di tutte, e ciò che conta veramente è il messaggio che un musicista riesce a dare, che si traduce nella personalità del fraseggio e del suono, in una storia da raccontare. E il trombettista ne aveva, di cose da dire. Quando Mingus lo volle nel suo sestetto, uno dei più importanti nella storia del jazz moderno, dato che annoverava Clifford Jordan, Eric Dolphy e Jaki Byard, non lo sostituì per nulla in quelle serate in cui era assente (per i motivi di cui sopra…), preferendo occupare la sua sedia solo con la tromba e dando così la migliore prova di quanto fosse considerato.

Ad Ancona si esibì nel 1982, per la precisione il 3 dicembre, nel sestetto “Mingus Dynasty”, messo insieme dalla vedova di Mingus, Sue. E la sua performance è quella che più di tutte mi è rimasta impressa nella memoria, in particolare un’emozionante versione di “The Man Who Never Sleeps” tutta per lui. Allora era passato al flicorno, strumento più morbido della tromba che gli permetteva di esplorare al meglio quelle inflessioni di inquieto lirismo e quelle screziature che da sempre ne avevano caratterizzato lo stile. Pochi giorni dopo, il 19, inciderà questo “New Morning”, penultimo disco da leader (seguirà, l’anno dopo, “Two at the Top”, in un quintetto co-diretto con Frank Wess), che conferma appieno tutte le sue qualità di jazzista a cinque stelle. Brani di sua composizione si alternano ad altri scritti da Charles Davis, Mingus e Wayne Shorter, senza stravolgere mai l’esigenza di un jazz lirico e denso di swing, affascinante nelle linee melodiche ma allo stesso tempo libero e aperto a qualsiasi risoluzione armonica e ritmica. Alcuni temi colpiscono particolarmente, mi riferisco a “Super 80”, di cui non riesco a comprendere il motivo per cui nessuno senta il bisogno di riproporlo oggi, e “United”, che Shorter scrisse per i Jazz Messengers di Art Blakey nel 1961, e poi non troppo spesso eseguito. (Vi consiglio caldamente la versione di Woody Shaw nel disco eponimo per la Columbia del 1981). Ma anche gli originali “Mister B” (chi sarà mai?) e “New Morning” meritano alti elogi. Tralascio di parlare, infine, della ballad di Mingus, un capolavoro assoluto da riascoltare qui con orecchie ben aperte. D’altronde Coles non poteva avere partner migliori di questi, a cominciare da Horace Parlan, uno dei nostri prediletti. Ecco quindi che un disco in apparenza fra i tanti, diventa oggi referente primario di un jazz immortale, quello che ci piacerebbe non venisse mai tradito.

Johnny Coles scompare nel silenzio ben quindici anni dopo, il 21 dicembre 1997, ma la sua musica, figlia di un talento di jazzista autentico, sarà sempre ricordata. Almeno, per quanto ci riguarda.

Massimo Tarabelli

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