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I remember you: SUSANNAH McCORKLE “From Broken Hearts to Blue Skies” – Concord (1998; CD)

Laughing at Life (to Billie Holiday) / Something to Live For / Look for the Silver Lining (to Chet Baker) / Nuages (to Django Reinhardt) / Caminhos Cruzados / I Ain’t Gonna Play No Second Fiddle (to Bessie Smith) / Losing Hands (to Ray Charles) / I Want To Be A Sideman / Insensatez / A Phone Call to the Past / Stop, Time / Wave / Blue Skies

Susannah McCorkle, voce; Allen Farnham, pianoforte, direttore musicale; Al Gafa, chitarra; Steve Gilmore, contrabbasso; Rich DeRosa, batteria; Greg Gisbert, tromba, flicorno; John Fedchock, trombone; Dick Oatts, sax tenore, sax soprano, fluato alto; Jon Gordon, sax alto, flauto

Vorrei sentire più spesso Susannah McCorkle. Però, ogni volta che prendo in mano un suo disco, vengo assalito da sensazioni contrastanti. Il desiderio dell’ascolto si stempera nella tristezza consapevole di come la cantante abbia deciso di mettere fine alla sua vita, gettandosi dalla finestra del suo appartamento al sedicesimo piano, nell’ Upper West Side. E preferisco rimandare ad altra occasione. La sua vita artistica non rifletteva un’esistenza privata tanto triste da generare la depressione cronica di cui soffriva. In realtà i molti dischi prodotti, in particolare per la Concord, restituivano un’immagine quanto mai ricca della cantante, interprete personalissima di repertori variegati eppure affrontati in modo da far emergere sempre sé stessa. Certo, per estensione vocale ridotta, timbro ambrato e seducente della voce, scelta artistica rivolta ad autori del Great American Songbook, ma anche ad altri meno noti, Susannah è stata cantante ideale per club e alberghi. Una perfetta cabaret singer, possiamo dire, alla stregua di Blossom Dearie, Bobby Short o Michael Feinstein, sapiente – almeno così dicono le cronache – nell’intrattenere il pubblico tra un pezzo e l’altro. L’appartenenza a questo ristretto circolo di intenditori le ha causato una totale estromissione dai principali festival europei, e quindi il contatto con platee ben più vaste, ma stiamo parlando pur sempre di scelte di vita. Confortata dalla massima stima da parte di musicisti e critica, Susannah ha indirizzato la sua produzione discografica verso concept album (compositori come Harry Warren, Cole Porter, Irving Berlin, George Gershwin e parolieri quali Johnny Mercer, E.Y. Harburg e Leo Robin) e altri ben più eterogenei, che assecondavano una passione onnivora verso l’universo della vocalità. Così, dopo “From Bessie to Brazil” e “From Broadway to Bebop” ecco comparire questo “From Broken Hearts to Blue Skies”, giusto compagno di viaggio fra emozioni diverse, legate alla perdita e alla rinascita delle relazioni umane. Qui Susannah omaggia Billie Holiday, Bessie Smith, Tom Jobim, Dave Frishberg, Ray Charles e Chet Baker in maniera mai revivalista, appoggiandosi su arrangiamenti di notevole intensità timbrica da parte di Farnham e su un approccio vocale scevro da eccessi sentimentali o melodrammatici, da inutili orpelli e acrobazie tecniche, per dar spazio ad un afflato poetico dal fascino raro, appartenente a ben pochi. E se non vi basta la voce, qui vi imbatterete anche in assoli di notevole qualità, in particolare da parte di Dick Oatts, tanto frequente al fianco della McCorkle da dar vita ad un rapporto paragonabile a quello fra Lady Day e Lester Young.

Susannah McCorkle è stata un modello di grazia e sensibilità, dolcezza e vigore, intelligenza e buon gusto. Quando si suicidò, il 19 maggio 2001, lasciò un’eredità artistica non ancora raccolta, secondo me. E mi piace ricordare il momento in cui diedi il CD in mano a Dick Oatts per una firma, quella che vedete sotto una semplice dedica mentre i suoi occhi si velavano di pianto. Era impossibile non volerle bene.

Massimo Tarabelli

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