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ROY HAYNES : “People” – Pacific Jazz

ROY  HAYNES: “People” – Pacific Jazz (1964; LP)


Invitation /The Party’s Over /What Kind Of Fool Am I /People /Softly, As In A Morning Sunrise /
Wives and Lovers /Alone Together /Jamaica Farewell /Shanty In Old Shantytown /Mr. Lucky

Frank Strozier, sax alto, flauto; Sam Dockery  Jr., pianoforte; Larry Ridley, contrabbasso; Roy Haynes, batteria

  • Questo disco è saltato fuori durante una discussione con Martin Wind e i suoi musicisti, dopo un concerto della serie “Turn Out The Stars”. Non ricordo come uscì il suo nome, ma ad un certo punto chiesi che fine avesse fatto Frank Strozier, alto sassofonista tra i miei preferiti e, in assoluto, tra i più sottovalutati dalla critica. Mi rispose Joe La Barbera, indicandolo subito come suo favorito e poi chiedendomi se conoscessi quel titolo che, a suo dire, meglio lo rappresentava, cioè “People” di Roy Haynes, per l’appunto.  Devo dire che, lì per lì, non mi ricordai di averlo in discoteca e lasciai che Joe me ne parlasse. (Mi disse anche che Frank ha smesso di suonare da tempo, e che ora insegna all’università). Poi, controllando meglio, mi sono reso conto di possederlo, in stampa giapponese, e ne ho approfittato per rimetterlo sul piatto.
  • Beh,  si tratta di un disco molto riuscito, indubbiamente, che rende onore anche a Roy Haynes e al produttore Richard Bock, ideatore di una seduta solo in apparenza “minore”, ma in realtà foriera di spunti di grande interesse. Roy puntava molto su questo quartetto, e soprattutto su Strozier, già con una solida carriera alle spalle, e destinato, secondo il suo parere, ad un brillante avvenire. In effetti  le qualità c’erano tutte, legate soprattutto ad una dimensione di “ponte” tra passato e futuro che il sassofonista aveva raggiunto in virtù di un’alta originalità del timbro e del fraseggio, in cui
    comparivano stilemi bop e grumi più tipici dell’avanguardia, un approccio di dilatazione dei tempi vicino a Coltrane e ad Art Pepper, la capacità di valorizzare i temi, un eccelso bagaglio tecnico. Tali caratteristiche avrebbero potuto condizionarlo alle prese con il minutaggio ridotto di questi brani, presi dal mondo del cinema, del musical e delle serie televisive, eppure
    Strozier vola alto lo stesso, riuscendo ad esprimersi compiutamente attraverso un’opera di “compressione” in cui non c’è mai una nota di troppo (Parker docet!).  Anche in veste di flautista il nostro dice cose importanti, come al solito a metà strada stavolta tra Bud Shank e Eric Dolphy, e forse proprio questa apparente ambiguità potrebbe averlo penalizzato sul piano del riconoscimento critico. A me interessa però la musica, e in questi solchi posso ascoltare frasi di notevole bellezza, un’audacia armonica superiore, e non voglio dimenticare l’apporto, discreto ma eccellente, della ritmica, in cui sottolineo la classe elegante di Sam Dockery, altro musicista che avrebbe meritato maggiore fortuna. Dal suo canto, Roy Haynes si piega con umiltà alle esigenze di una seduta che non può che vederlo comprimario più che leader, e sfoggia il suo tipico stile pieno di accentuazioni e di un ride limpido e presente, mai scontato.
  • Cercate pure questo disco, le ragioni sono tante, ma se volete avvicinarvi a Frank Strozier forse potrete ancora trovare dei compact, soprattutto quelli degli anni ’50 che lo videro protagonista del gruppo “MJT + 3” di Walter Perkins e Bob Cranshaw, un altro gruppo dimenticato che andrebbe invece risentito o scoperto per capire meglio l’evolversi della nostra musica.
  • Massimo Tarabelli

 

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