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TOMAS FRANCK QUARTET “Association” – Storyville (2015)

I Hear A Rhapsody / Late Night Waltz / Association / I Can’t Get Started / Blues in the Basement

Tomas Franck, sax tenore; Carsten Dahl, pianoforte; Daniel Franck, contrabbasso; Rodney Green, batteria

Chi sei, Tomas Franck? Da dove vieni? Dove sei stato per tutto questo periodo prima di approdare, a cinquantasette anni, ad uno dei più impressionanti dischi di sax tenore degli ultimi anni? Beh, un po’ di colpa ce l’ho anch’io, perché non ricordavo affatto un suo CD con Roy Haynes del 1994, sempre per la Storyville, e anche un antecedente del 1994 su Criss Cross, “In New York”, accanto a Mulgrew Miller, Peter Washington e Billy Drummond. Certo è che, dopo di allora, sul suo nome è caduto l’oblio, e sentendo queste tracce penso di aver capito cosa possa essere accaduto. Tomas è un “puro”, gli interessa essere più che apparire, la sua attenzione è tutta rivolta verso la musica, niente relazioni esterne e ruffianerie assortite. Mi ero già accorto di lui, a dire il vero, in un altro recente disco a nome del fratello Daniel, “The Hangout” (Stunt Records), dove compare come ospite vicino ad un primo tenorista da tenere molto d’occhio – e d’orecchio – vale a dire l’ungherese Gabor Bolla. Ma qui siamo su un altro pianeta. Colto dal vivo nel celebre Jazzhus Monmartre di Copenhagen, club in cui sono stati registrati titoli passati alla storia, Tomas si scatena con una profondità d’intenti, con un’integrità esecutiva tale da essere accostato a ben pochi altri sassofonisti della scena di oggi. Di sicuro l’atmosfera generale è coltraniana, per via di uno sviluppo largo e “spirituale” dei brani (quasi tutti molto più lunghi dei tempi segnati in copertina), ma nel suo stile colgo un nobilissimo excursus del tenore, sempre al servizio di uno swing imprescindibile. Tecnica a iosa, quindi, ma anche calore, poesia e tanto cuore, insomma ciò che manca a molti (troppi?) jazzisti di oggi. E la sua musica, che non può fare a meno di un sostegno adeguato, strepitoso per fluidità nel pianista Dahl, suo collaboratore fisso, metronomico e possente nel bassista, e fantasioso e poliritmico in Green, fuoriclasse d’oltreoceano, suscita brividi a ripetizione, anche in un pubblico scafato come quello abituale del Jazzhus, stavolta impegnato solo ad ascoltare piuttosto che a bere e parlare. Insomma, questo jazz è così bello che non servono altre parole, parla da solo. Ma mi piace ripensare a ciò che ha scritto Eric Alexander nella copertina del citato “The Hangout” : “Quando suonano questi due svedesi (Tomas e Daniel Franck, cioè) ci penso due volte prima di salire sul palco e unirmi a loro!”: Jazz lives…

Massimo Tarabelli

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