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VINCENT HERRING-BOBBY WATSON-GARY BARTZ “Bird at 100” – Smoke Sessions (2019)

Klactoveedsedstene/ Bird-ish/ Lover Man / The Hymn/ These Foolish Things/ Folklore/ Bird Lives/ April in Paris/ Yardbird Suite

Vincent Herring, sax alto; Bobby Watson, sax alto; Gary Bartz, sax alto; David Kikoski, pianoforte; Yasushi Nakamura, contrabbasso; Carl Allen, batteria

Conosciamo da vicino i tre protagonisti di questo disco, avendoli ospitati in tempi, a dire il vero piuttosto lontani, nelle nostre rassegne. Il primo a presentarsi fu Watson nel 1983, da free-lance alla mitica osteria Strabacco, e la sua ultima performance risale al 1999, nel gruppo “Jazz Tribe”, allo Sperimentale. Herring apparve nel 1992, quintetto di Nat Adderley, e poi con un proprio quartetto nel 2002 ad Agugliano, durante le “Strade del Jazz”, mentre Bartz è ricordato nel quartetto di Louis Hayes (1981) e, soprattutto, nelle due leggendarie nottate allo Strabacco con il quintetto di John Hicks (1991). Da allora questi musicisti non si sono persi affatto per strada, mantenendo viva una carriera fitta di dischi e progetti. L’idea di mettersi insieme per questo omaggio a Parker parte dal più giovane, cioè Vincent Herring, il quale predispone un programma specifico nei giorni 30 e 31 Agosto, 1 Settembre, adiacenti al compleanno di Bird, che avrebbe compiuto 99 anni il 29 Agosto. Devo dire subito che il risultato musicale è eccellente, uno dei migliori tributi, tra gli innumerevoli, apparsi dalla scomparsa di Parker in poi.  E questo nonostante qualche mio scetticismo, dovuto più che altro ad una presupposta stanchezza dei protagonisti, attivi ormai da decenni. Addirittura, Gary Bartz è del 1940, non ci credevo! Invece i tre sembrano rigenerati, forse la vicinanza ha favorito un sano processo creativo di idee nuove e vorticose, grazie a stili molto riconoscibili (oddio, qualche esperienza d’ascolto è sempre necessaria…) pur avendo in Charlie Parker un chiaro punto di partenza. E così il bebop, stile di rottura totale con il passato, trascende il mero tributo museale per assumere il ruolo che più gli compete, cioè liberare il massimo impeto improvvisativo dei suoi esecutori. Venendo dietro a tale ottica, la scaletta mi sembra particolarmente azzeccata, frutto di una selezione dalle tre serate infuocate allo Smoke, locale ormai di punta nella scena del nuovo bop. Ci sono infatti tre temi di Parker molto noti, tre originali, ma già conosciuti attraverso altre incisioni, di Herring, Watson e Jackie McLean, e tre ballad in cui ogni sassofonista è solo con la ritmica. Negli altri il trio si compatta e rilancia con freschezza senza limiti, supportato da una sezione ritmica scintillante, a partire da Kikoski, folletto della tastiera capace di prendere alla gola l’ascoltatore, per continuare con l’accompagnamento roccioso di Nakamura, fra i più richiesti oggi, e la fantasia percussiva di Carl Allen, splendido dovunque. Di notevole interesse e piacevolezza le ballad, emblematiche del repertorio parkeriano. Sulla versione di “Lover Man” del 1946 per la Dial si sono scritti fiumi d’inchiostro, perché in tale occasione Parker diede il peggio di sé, farfugliando frasi sconnesse e fuori dagli schemi ritmici a causa dei soliti “problemi personali”. Qui Herring si rivolge piuttosto a versioni vocali legate a Billie Holiday e Sarah Vaughan, quindi al testo del song, per tirarne fuori quella passione e quel sentimento che continuano a rapirci. Stesso discorso vale per Bobby Watson, alle prese con “These Foolish Things”, standard che Parker non incise mai ufficialmente, ma che amava proporre dal vivo. Anche qui il testo la fa da padrone, come del resto insegnò Lester Young. Nella cadenza finale la citazione di “What the World Needs Now” di Bacharach è quanto mai felice. E tuttavia il meglio arriva con Gary Bartz, il quale si avventura in un tour de force di sette minuti in “April in Paris” degno della celebre versione con gli archi che Parker incise nel 1949. Per ispirazione e senso del discorso, un pensiero lungo che tocca il cuore e fa venire i brividi, Bartz offre un monumentale omaggio a colui che maggiormente ha lasciato il segno nella storia del jazz. Una vertiginosa “Yardbird Suite” chiude come meglio non si potrebbe un disco che diventa messaggio sul presente e sul futuro di questa musica, soprattutto oggi, quando centinaia di dischi senza nerbo, fatiscenti e amorfi invadono il mercato. “Ci siamo divertiti sempre, abbiamo trascorso grandi momenti insieme”, ha dichiarato Gary Bartz. Un abbraccio, amici miei (nostri).

Massimo Tarabelli

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