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WARREN VACHE’ – “Remembers Benny Carter” – Arbors (2014)

A Walking Thing / When Lights Are Low / Doozy / Key Largo / Evening Star / Boulevard Bounce / Summer Serenade / Only Trust Your Heart / Souvenir / Rock Me To Sleep / I’m Sorry / All That Jazz / The Romp

Warren Vaché, cornetta; Houston Person, sax tenore; Tardo Hammer, pianoforte; Nicki Parrott, contrabbasso, voce; Leroy Williams, batteria

Appena terminato l’ascolto di questo CD, eccellente, ve lo dico subito, mi sono rimbalzate in testa alcune domande: esiste ancora un pubblico per questo jazz, classico e mainstream? I giovani, l’ultima generazione con lo smartphone incollato al palmo della mano, hanno una minima idea di chi sia stato Benny Carter? E’ sempre vivo il piacere di ascoltare grande musica in situazioni acconce, seduti in poltrona con un impianto decente, oppure la musica serve solo come sottofondo alle attività giornaliere al posto del rumore? In prima battuta le risposte non possono essere che negative : no; se per pubblico intendiamo una massa cospicua di appassionati, è evidente che la cerchia si restringe sempre più a vecchi jazzofili, anche se nel mondo resistono sacche di strenui ascoltatori di jazz autentico (penso al nord Europa, a certe grandi città degli Stati Uniti, al Giappone); assolutamente no, ma temo che non conoscano neppure Coltrane o Ellington o Parker, se non per sentito dire, e questo vale in tutte le latitudini; no, ma qui il panorama è più roseo, visto il ritorno (timido, comunque) del vinile, con tutto quello che ne consegue. E’ chiaro che muoversi in questo scenario, mi riferisco a certe etichette discografiche, è oltremodo arduo, e sia benedetta perciò la Arbors, il cui catalogo, zeppo di perle dedicate al jazz classico e modern mainstream, è riuscito ad imporsi per il livello qualitativo a fronte di una difficoltà distributiva evidente. Non provate neppure a cercare uno dei suoi titoli in un negozio (quei pochi rimasti…); sperate piuttosto nella rete, oppure andate direttamente nel loro sito, i prezzi sono buoni (10 dollari l’uno) e addirittura azzerano le spese di spedizione da una certa cifra in su (ma attenti alle spese doganali, io ne so qualcosa!). E non leggerete mai alcuna recensione – tranne questa… – perché le riviste accettano solo dischi arrivati in redazione direttamente dalle etichette stesse o dal distributore, e il mercato italiano è troppo ristretto per giustificare simili operazioni. Quindi affidatevi al vostro gusto e alla vostra cultura, e se vi capita tra le mani un CD Arbors prendetelo pure, non vi deluderà. Warren Vaché è cornettista di enorme classe e di provata esperienza al fianco di molti nomi illustri, cito ad esempio Scott Hamilton, Rosemary Clooney (di passata, noi di Ancona Jazz eravamo presenti al magnifico concerto di Rosemary con i Concord All Stars al NorthSea Jazz Festival de L’Aja del 1981), Benny Goodman, Buddy Tate, Buck Clayton, Bobby Short e  lo stesso Benny Carter. Il suo stile è degno epigono di Ruby Braff e, andando più indietro, del sommo Bobby Hackett, esempio supremo di eleganza e misura. La cornetta, a metà strada tra la forza della tromba e la  morbidezza del flicorno, permette di seguire una strada in cui la poeticità va oltre il puro virtuosismo. E direi che in questo disco Warren tradisce un pochino il suo abituale fraseggio per scivolare in un approccio più “moderno”, in cui ho spesso avvertito echi di Dizzy. Ma d’altronde è proprio la scrittura di Benny Carter, ponte tra la swing era e il bebop, che giustifica una scelta del genere. Anche il vigoroso sax tenore di Houston Person si spiega con quella necessità di blues feeling che il jazzista classico non dimentica mai nelle composizioni o nelle improvvisazioni. L’atmosfera bop si conferma con Tardo Hammer, pianista che notoriamente suona con il busto di Bud Powell sullo strumento. Tuttavia la sua prova dimostra una maturità altrove assente, tanto il tocco è leggero e memore della lezione di Hank Jones (e, in controluce, di Teddy Wilson); insomma un apporto maiuscolo, che si incastra alla perfezione con il lavoro della sezione ritmica. Nicky Parrott è sempre più richiesta per sedute del genere, a cui è in grado di fornire anche un supporto vocale di prim’ordine; come bassista poi è fenomenale, con un tiro che ricorda Ray Brown, nitido e swingante come pochi. Con orgoglio ricordo la sua prova al nostro festival del 2012 accanto a Rossano Sportiello, pianista che spesso le è accanto. Non si contano più, infine i dischi registrati da leader per l’etichetta giapponese Venus. Insomma, una fuoriclasse che non mi stanco mai di ascoltare, peccato che la scena italiana sembra non si sia accorta della sua esistenza. E Leroy Williams è il batterista che forse sento più vicino di tutti a Billy Higgins, quindi capace di far “cantare” il suo strumento, slegandolo da un ruolo di mero accompagnamento. D’altra parte non si suona a lungo con Barry Harris se non si possiedono doti superiori di musicalità. La bontà dei componenti del quintetto esalta al massimo  la qualità di questi brani, gemme che Benny Carter ha composto in un arco di tempo piuttosto lungo, a partire da quel “When Lights Are Low” del 1936, e poi eseguita da tanti, Miles in testa. Altri classici sono “Key Largo”, lanciato da Anita O’Day ma reso famoso in seguito da Sarah Vaughan, “Evening Star”, in realtà “Blue Star” quando apparve nel capolavoro di Carter  “Further Definitions” per la Impulse!, nel 1961, e poi con il titolo cambiato quando si aggiunsero le liriche, “Summer Serenade”, di cui si ricordano versioni di Art Farmer, Bill Mays e Phil Woods, e ovviamente “Only Trust Your Heart”, scritta nel 1964 e portata al successo da Stan Getz e Astrud Gilberto in una versione bossa nova che ha resistito nel tempo, tanto da essere riproposta da Stacey Kent nell’ultimo “Tenderly”, al fianco di Roberto Menescal. Il pregio di questo disco sta però nel proporre altri temi dimenticati e ben di rado eseguiti, brani che potrebbero anch’essi diventare dei classici solo se i musicisti si ricordassero più spesso di eseguirli. Benny Carter non fu solo altista e polistrumentista eccelso, il massimo insieme con Johnny Hodges del periodo pre bop, ma musicista a tutto tondo, compositore e arrangiatore straordinario, da Fletcher Henderson a Count Basie passando per mille diverse situazioni. Se la sua opera non è apprezzata come merita, la colpa è anche degli organizzatori e dei manager, sempre più restii nei riguardi della storia.

Massimo Tarabelli

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