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WOODY HERMAN “Woody’s Gold Star” – Concord (1987; LP)

Battle Royal /Woody’s Gold Star /Mambo Rockland /’Round Midnight /The Great Escape /Dig /Rose Room-In A Mellow Tone /Watermelon Man /Samba Song

Woody Herman, clarinetto, sax soprano; Roger Ingram, George Baker, Jim Powell, Ron Stout, Bill Byrne, trombe; John Fedchock, Paul McKee, Joe Barati, trombone; Frank Tiberi, sax tenore; Dave Riekenberg, sax tenore, flauto; Jerry Pinter, sax tenore; Mike Brignola, sax baritono; Joel Weiskopf, pianoforte; Dave Carpenter, contrabbasso, basso elettrico; Dave Miller, batteria; Pete Escovedo, bongos, percussioni; Poncho Sanchez, congas; Ramon Banda, timbales (special guests) 

Se vi capitasse fra le mani, per puro caso, questo disco, vi prego, non snobbatelo.  Potreste pensare: “Che ci faccio con il centesimo disco di Woody Herman? E magari, vista la data, è anche il suo ultimo, chissà in che condizioni sarà!”. E’ vero, questa è l’ultima fatica discografica di Herman, che ci avrebbe lasciato da lì a pochi mesi nello stesso anno, ma si tratta semplicemente di un disco fantastico, con i musicisti impegnati allo spasimo per rendere un’idea d’orchestra infuocata, compatta e swingante come ha sempre voluto il suo leader. Woody, più che altrove, qui se ne sta in disparte, presenta e infioretta qualche timida sortita, a parte l’esposizione, di gran classe, di “Rose Room”, tema a lui congeniale, e lascia esprimere i suoi musicisti in tutta libertà, sotto comunque il marchio di fabbrica di arrangiamenti sontuosi, dovuti quasi tutti alla penna di John Fedchock, accanto ad Herman fin dai primi anni ’80. Il suono rimane quello tipico degli “Herds” (“Greggi”), come Herman chiamava le sue orchestre. Cioè: swing, swing, swing, ma anche divertimento, calore, saper restare nel presente con un occhio al passato. Woody, che io apprezzo anche come cantante, possedeva uno stile strumentale “sfasato” con i suoi abituali musicisti, sempre più moderni di lui; ma in questo attrito, chiamiamolo così, si fondava il fascino dell’orchestra, la sua immediata riconoscibilità. Il resto lo hanno fatto solisti straordinari, a partire da Stan Getz e Zoot Sims, che non perdo tempo ad elencarveli: basta aprire una qualsiasi enciclopedia del jazz.

Questo disco non tradisce tali aspettative. Il repertorio è diviso fra classici (“Battle Royal”, “In a Mellow Tone”di Duke Ellington), “Rose Room” (molto eseguito negli anni ’30), “Round Midnight” e “Dig”, legati al bebop, qualche originale di Fedchcok, e tre brani latini, facilmente intuibili dai titoli, in un turbinio di colori, contrapposizioni di sezioni, brillantezza della ritmica, da lasciare a bocca aperta. E i soli non sono da meno, in particolare quelli di Frank Tiberi, memore a volte di Sal Nistico, e del tutto sottovalutato.

John Fedchock non si dimenticò di Herman quando mise in piedi una sua splendida big band, che ebbi la fortuna di vedere dal vivo a New York nel 2004, e che naturalmente in Italia (ma temo in Europa, addirittura) credo non si sia mai esibita, sicuramente per quella idiosincrasia che esiste nei confronti di formazioni allargate. Riuscii ad assistere anche ad un concerto dello stesso Woody Herman, negli anni ’70 a Pescara, e ad un’accoglienza becera del pubblico, che non faceva altro che gridargli il nome di un politico democristiano (che lui vagamente ricordava) e lanciargli sul palco pallottoline di carta: una vergogna! Rammento anche che quando lo avvicinai, sul retropalco, Arrigo Polillo (direttore della rivista “Musica Jazz”) non smetteva di rincuorarlo, ma il pubblico allora era tutto per il jazz-rock, i soliloqui interminabili di Jarrett, il free di Sam Rivers e gli esotismi della ECM. Posto per il jazz vero non esisteva proprio.

Comunque, tornando a questi solchi, concludo con la registrazione, nulla più che meravigliosa; il vinile rimanda un suono stupendo che lascia interdetti se si pensa che si tratta di un disco “live”. Ultima curiosità: “In A Mellow Tone” è arrangiato da Maria Schneider, allora ventiseienne e ancora lontana dalla creazione di una propria orchestra, ma Woody aveva la vista lunga per quanto riguardava gli arrangiatori. Non si sbagliò neppure questa volta.

Massimo Tarabelli

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