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BLUE DUO with Mike LeDonne and John Webber

“Let It Go” – GoFour 1008 (2008)

Let It Go / Sweet and Lovely / Summertime / Please Send Me Someone To
Love / Fried Pies / Birks’ Works / Lil’ Darlin’ / Blues For McCoy

Mike LeDonne, pianoforte; John Webber, contrabbasso

Se credete che siano troppi cinque anni di attesa prima di aver pubblicato questo disco, ascoltate senza indugio la musica che vi è contenuta. Sembra che sia stata registrata ieri, e per un semplice motivo : qui c’è la verità del jazz, quella imperitura e che ne ha segnato per sempre i confini estetici, vale a dire il blues.
Ma non il formale giro di dodici battute, o per lo meno non solo, perché il “feeling” del blues è insito, sempre, in tutto il grande jazz. Quando lo stesso LeDonne scrive, molto argutamente, che perfino John Coltrane, nei suoi momenti più “liberi” di fine carriera, lasciava trasparire il blues, ha soltanto ragione.
Eppure si ha l’impressione che molti giovani musicisti, soprattutto in Europa, se ne stiano dimenticando, e non riesco a capirne il perché. La molla che ci ha spinto a produrre una fatica del genere è stata proprio questa, rivendicare cioè la
centralità del blues nel processo creativo del jazz. E d’altronde avevamo tra le mani dei musicisti formidabili.

Mike LeDonne e John Webber partecipavano al nostro festival estivo come sezione ritmica di Eric Alexander, e si dichiararono subito entusiasti dell’idea. Nel Ridotto del teatro delle Muse, più vicino ad un club che a un piccolo teatro, in assenza di pubblico, i due hanno affrontato all’impronta, senza prove di alcun tipo, un repertorio variegato ed eccelso nella scelta intelligente di temi forse dimenticati, ma ugualmente passati alla storia. Jazzisti intrisi del verbo postboppistico, LeDonne e Webber hanno creato un clima sonoro in cui si possono intravedere i riflessi di Red Garland, Wynton Kelly, Cedar Walton, Buddy Montgomery, Phineas Newborn Jr, fino a McCoy Tyner, evocato apertamente dal pianista in “Summertime” e nell’ultimo brano, l’unico originale uscito dalla sua penna. Il clima generale è di estremo relax e gradevolezza, in cui Webber apporta un suono straordinario, del tutto acustico e perfettamente riprodotto, per la gioia dei vostri impianti e delle vostre orecchie (altro che mp3…). Ascoltate bene il duo fin dal brano d’apertura, quel “Let It Go” che Stanley Turrentine compose per il disco eponimo in quartetto con l’organista Shirley Scott (Impulse!, 1966). Si tratta di un soul blues entusiasmante, che apre nel migliore dei modi un viaggio attraverso sensazioni ed emozioni diverse, con blues song e ballad senza tempo quali “Sweet and Lovely”, la sempre splendida “Please Send Me Someone To Love”, classico del cantante di blues Percy Mayfield, e soprattutto la straordinaria “Lil’ Darlin’”, scritta da Neal Hefti per lo storico disco di Count Basie “The Atomic” (Roulette, 1957), di cui è forse la traccia più famosa. Aver riproposto questo pezzo nella dimensione del duo, intimo e notturno, permea il tema di una luce affatto diversa, rendendolo più vicino
alla sensibilità dell’ascoltatore di oggi. Altri classici jazzistici sono “Fried Pies” di Wes Montogomery, contenuto nell’album “Boss Guitar” (Riverside, 1963) e il grande “Birks’ Works”, uno dei tanti capolavori del bebop composto da Dizzy Gillespie.
Il duo appare in grande spolvero, nonostante l’ora insolita di registrazione (metà mattina …). Mike offre, secondo il mio parere, il meglio di sé appunto in contesti del genere, piano solo compreso. Qui la sua fantasia ha ampio modo di esprimersi, attraverso frasi lunghe di forte impatto melodico e un fraseggio che tiene conto di tutta la tastiera. Evitando patterns e formalismi di alcun genere, il pianista parte dalla tradizione descritta più sopra per rielaborazioni personali basate sempre su una musicalità alta, mai di maniera, e soprattutto originale, capace di destare l’attenzione anche al più avveduto cultore. “Stormy” Webber stupisce forse per lo stesso motivo, a parte la risaputa bravura nel sostenere i solisti, e cioè la capacità di eseguire assoli frequenti di rara intelligenza e profondità nell’improvvisazione, un aspetto che il
sestetto degli “One For All” (la formazione più famosa e importante di cui è componente storico) non gli permette per ovvi motivi.
Tutto il disco è stato registrato in poco più di due ore, e le versioni sono per lo più state eseguite una sola volta. E’ chiaro quindi quanto siano elevate l’empatia tra i i due musicisti e la loro devozione verso una musica che, affrontata in questo modo, è ben lontana dall’aver esaurito le sue enormi potenzialità d’ispirazione. Un disco prezioso, forse di nicchia come tutte le altre nostre produzioni, ma destinato a rimanere, e a lungo.

Massimo Tarabelli

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