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GIANNI BASSO QUARTET feat. ENRICO RAVA “Tea For Two” – Philology (2003)

GIANNI BASSO QUARTET feat. ENRICO RAVA

“Tea For Two” – Philology (2003)

 

Gianni Basso, sax tenore

Enrico Rava, tromba

Andrea Pozza, pianoforte

Luciano Milanese, contrabbasso

Stefano Bagnoli, batteria

 

Poinciana / Bye Bye Blackbird (2 takes) /The Gypsy /All The Things You Are (2 takes) /September Song /A Gal In Calico /Do You Know What It Means To Miss New Orleans /Tea For Two /I Waited For You

 

Ha proprio ragione Paolo Piangiarelli quando scrive, nelle note di copertina, che questo è un disco di altri tempi, di quel jazz che “fa male”, secondo una regola praticamente fissa fino ai primi anni ’60.

 

Ciò non vuol dire che la seduta sia revivalista e per un pubblico di nostalgici. Tutt’altro: è jazz sempre attuale e più che mai prezioso, in realtà, soltanto poco frequentato in un momento storico che cerca contaminazioni piuttosto che certezze e influenze disparate che stanno purtroppo allontanando il blues, lo swing, il gusto dell’improvvisazione melodica. Tali elementi dominano invece ogni pezzo del disco perché Gianni Basso, che ha fatto la storia del jazz italiano, come d’altronde Enrico Rava, sa benissimo cosa significa suonare jazz vero. Proprio Rava qui si ricorda più che altrove di Miles e Chet, le sue principali influenze, riuscendo però sempre a venir fuori con la sua fortissima personalità. Ascoltate le due versioni di “Bye Bye Blackbird” e “All The Things” (finalmente due takes così diverse da meritare i confronti) e sentirete che freschezza di idee, colte da un pozzo inesauribile. Basso si trova nel suo terreno e, nonostante l’età non più verde, appare in gran spolvero, alla pari con il suo (oggi) più famoso collega. In “I Waited For You” il suo sassofono soffia come i più grandi della storia, e suscita ancora commozione.

Infine il trio di Andrea Pozza, capace di vivere da solo e al contempo di sostenere il solista con tale classe e solidità da far venire in mente subito le tanto idolatrate sezioni ritmiche d’oltreoceano.

Con solisti simili, basta saper scegliere nell’immenso songbook americano e il gioco è fatto.

Viva la Philology, dunque, se no che altri avrebbe prodotto un disco del genere?

 

Massimo Tarabelli

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