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THE CLAYTON-HAMILTON JAZZ ORCHESTRA “Live At MCG” – MCG Jazz (2004)

THE CLAYTON-HAMILTON JAZZ ORCHESTRA

“Live At MCG”  –  MCG Jazz (2004)

 

Georgia /Jody Grind /Nature Boy /Lullaby Of The Leaves /Silver Celebration (tribute to Horace Silver) /Captain Bill /Mood Indigo /Evidence /Like A Lover /Eternal Triangle /Squatty Roo

 

John Clayton, cond,b; Jeff Clayton, lead as, ss,fl; Jeff Hamilton, d; Bijon Watson, Sal Cracchiolo, Snooky Young, Clay Jenkins, Gilbert Castellanos, tp; Ira Nepus, George Bohanon, Ryan Porter, Maurice Spears, tb; Keith Feldman, as,cl; Rockey Woodward, ts,cl; Charles Owens, ts; Lee Callett, bar,bcl; Tamir Hendelman, p; Randy Napoleon, g; Christoph Luty, b.

 

Tra gli addetti ai lavori, manager e musicisti, l’orchestra diretta dai fratelli Clayton e dal batterista Jeff Hamilton è considerata la migliore del mondo, e non da oggi. In effetti fin dalla sua fondazione, nel 1985, la big band si è posta come punto di riferimento imprescindibile di un linguaggio mainstream classico, fortemente radicato nel passato, ma di estremo piacere e coinvolgente anche per i tempi attuali.

 

Nelle sue fila troviamo musicisti navigati e di provata esperienza (un nome per tutti, l’eccelso trombettista Snooky Young, di cui vi invito a leggere l’intervista rilasciata a Jon Faddis e apparsa un paio di mesi fa su Down Beat) vicini a giovani di belle speranze, come è consuetudine. Il contrabbassista John Clayton figura essenzialmente come arrangiatore e direttore d’orchestra, ritagliandosi soltanto qualche primo piano solistico, mentre gli altri co-leader sono totalmente impegnati come strumentisti.

Va da sé che il risultato è eccellente, gli oltre settanta minuti del disco si ascoltano d’un fiato (i solisti sono ben indicati in copertina), ma qualche limite affiora, gli stessi direi applicabili al tanto jazz che si ascolta negli ultimi anni : prodotti medi di alta qualità, musicisti bravissimi e impeccabili, ma sembra tutto già ascoltato, senza sprazzi di particolare originalità. John Clayton, bassista notevole sulla scia di Ray Brown, arrangia tenendo conto delle qualità dei solisti e riesce a far schioccare in maniera impeccabile le sezioni, e tuttavia la sua scrittura occhieggia talvolta a Thad Jones, in altre occasioni a Billy Strayhorn, quindi a Gil Evans, Sam Nestico e così via. Il repertorio non può che riflettere tale prisma stilistico: bebop, hard bop, Ellington, Brasile, vecchi classici si rincorrono senza un’impronta chiara che unisca un materiale così eterogeneo.

Dal vivo l’orchestra dovrebbe essere comunque uno spettacolo e una goduria; come dico sempre, se progredire significa abbandonare lo swing, allora è molto meglio rimanere su questi collaudatissimi lidi, dove non ci si vergogna certo a battere il piede.

 

Massimo Tarabelli

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