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BRAD MEHLDAU “Day Is Done” – Nonesuch (2005)

Brad Mehldau, pianoforte; Larry Grenadier, contrabbasso; Jeff Ballard, batteria

 

Knives Out /Alfie /Martha My Dear /Day Is Done /Artis /Turtle Town /She’s Leaving Home /Granada /50 Ways To Leave Your Lover /No Moon At All

 

Sfiora l’eccellenza questo nuovo disco di Brad Mehldau. Innanzitutto dobbiamo evidenziare la presenza, accanto al fido e grandissimo Larry Grenadier, dell’esperto batterista Jeff Ballard, che imprime una marcia in più rispetto al pur buono Jorge Rossy. E poi Brad, se è pur vero che prosegue imperterrito nella sua musica, arriva a vertici di padronanza della tastiera e di equilibrio superlativi, mai raggiunti prima.

 

Il repertorio è composto nel modo usuale: due o tre originali, un paio di standard, e il resto dei brani pescati nell’immenso repertorio pop-rock di solisti e gruppi. E qui Mehldau sfida l’impossibile nel cercare di tirar fuori opere compiute da canzoni a volte bruttine e che mal si prestano, per struttura armonica o distacco dalla cultura afroamericana, alla rilettura jazzistica. Sappiamo bene quanto il pianista sia pervaso dal senso del bello, dall’interplay con i suoi compagni, dall’amore verso una tensione solistica e narrativa che sfocia spesso nella pura emozione, alla faccia di chi lo dipinge un freddo esecutore estraneo ed estraniante. L’operazione riesce di sicuro nei pezzi di Nick Drake (“Day Is Done”), quasi dieci minuti senza alcun cedimento espressivo, e di Paul Simon (“50 Ways”), del quale raccomando l’interludio di solo piano e successivo attacco della ritmica che mi ha fatto saltare dalla sedia. Solo buone le versioni delle due canzoni dei Beatles, il cui songbook continua secondo me a rivelarsi distantissimo dal jazz, ma strepitosi tutti gli altri pezzi, a partire dagli originali “Artis” e “Turtle Town”, affrontati con swing il primo e addirittura a tempo di bossa il secondo. In “Alfie”, tema straordinario di Burt Bacharach, la fantasia disgregatrice di Mehldau non rinnega mai la bellissima linea melodica, mentre “No Moon At All” è un altro esempio, giustamente messo in chiusura, di come un trio classico debba confrontarsi oggi con il tempo base del jazz, cioè il 4/4.

Il CD è registrato in modo spettacolare; gli strumenti escono dalle casse con una purezza e autenticità timbrica che lascia sbalorditi, e tale qualità è la sola necessaria per apprezzare al meglio il tocco superbo di Brad Mehldau al servizio di una tecnica trascendentale che, questo è poi ciò che importa di più a noi jazzofili, non è mai fine a se stessa ma al servizio e succedanea di un bagaglio di idee e di una poetica del tutto personali e innovativi.

Un must!

 

Massimo Tarabelli

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