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DOUG WAMBLE “Bluestate” – Marsalis Music (2004)

DOUG WAMBLE

Bluestate” – Marsalis Music (2004)

 

If I Live To See The Day / Washing of the Water / The Homewrecker Jump /Antoine’s Pillow Rock /Rockin’ Jerusalem /One-Ninin’ /No More Shrubs in Casablanca /Have a Talk with God /Gone Away /The Bear and the Toad

 

Doug Wamble, chitarra, voce; Roy Dunlap, pianoforte; Jeff Hanley, contrabbasso; Peter Miles, batteria

 

Pensate di guidare in una strada “blue” degli Stati Uniti; siete soli e accendete la radio. Mentre cercate la stazione che più vi piace, vi capiterà di ascoltare la musica più disparata: blues, country, folk, gospel, pop-rock, jazz. Ora, con Doug Wamble, giovane chitarrista bianco entrato sotto l’ala protettiva di Branford Marsalis, è sufficiente che rimaniate in poltrona ad ascoltare un suo disco.

 

Ogni brano è infatti un concentrato di influenze innumerevoli, frullate e tenute insieme da una personalità notevole e di sicuro originalissima. Innanzitutto lo strumento,  esclusivamente una chitarra acustica suonata con tecnica ferrea e fraseggio molto personale. Poi la voce; Doug è anche cantante che molto deve a Kurt Elling e, di rimando, a Mark Murphy , e l’utilizzo che ne fa è paritario con il ruolo di strumentista. Infine la ritmica, duttile e spigliata, ma soprattutto swingante e rocciosa come nella migliore tradizione “marsaliana”.

La scaletta prevede brani originali, per lo più del leader, e poi un song di Peter Gabriel, “Washing of the Water”, opportunamente “destrutturato”, un altro di Stevie Wonder, “Have a Talk with God”, che ci sembra uno standard, tanto è grande l’abilità dei quattro nel ricondurre qualsiasi materiale alla dimensione jazzistica, e quindi un gospel tradizionale, “Rockin’ Jerusalem”, capolavoro assoluto del disco. Nella sua lunghezza, oltre i dodici minuti, c’è spazio anche per un intervento al tenore dell’ospite Branford Marsalis, che è straordinario per compostezza e profondità coltraniane.

Al suo secondo disco, Doug Wamble si conferma come uno dei musicisti più anomali, e perciò interessanti, della scena attuale. Difficile dire comunque se si possa considerare un reale innovatore.

Guardare il passato con l’orecchie del musicista del 2000 è impresa necessaria che qui convince del tutto, ma i confini con l’esercizio tecnico e la formula manierista sono estremamente esili, per non dire quelli con la musica commerciale. Ci vogliono capacità indubbie, ma anche indipendenza produttiva e profonda passione per rimanere creativi e artisti veri.

Aspettiamo con impazienza ulteriori sviluppi; per il momento godiamoci in Wamble una delle figure più rilevanti del jazz di oggi.

 

Massimo Tarabelli

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