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PATTI AUSTIN “Avant Gershwin” – Rendezvous (2006)

PATTI  AUSTIN

“Avant Gershwin” – Rendezvous (2006)

 

Overture: Gershwin Medley / I’ll Build A Stairway To Paradise /Who Cares /Funny Face / Love Walked In-Love Is Sweeping The Country /Swanee /Porgy and Bess Medley /Lady Be Good

 

Patti Austin, canto; WDR Big Band (musicisti non specificati); Mike Abene, conduzione e arrangiamenti

 

Quincy Jones stravede per lei e le lodi si sprecano nella copertina di questo nuovo disco di Patti Austin. Sono giudizi che condivido, soprattutto sul fatto che sia forse la cantante più sottovalutata di oggi. Ma è la stessa carriera della Austin a spiegarci il perché.

 

Nata ad Harlem, New York, nel 1950, esordisce nientemeno che a quattro (!) anni e già a cinque è sotto contratto con la RCA. Il suo campo d’azione si rivela ben presto il soul e rhythm & blues, magari con qualche spruzzata di jazz; dal 1969 al 1991 è spesso in classifica con dischi per l’etichetta CTI (anni ’70) e QWest (anni ’80). Duetta regolarmente con Michael Jackson, James Ingram e Luther Vandross, e mette sul tavolo qualità vocali di primo piano, unite ad una tecnica ragguardevole. Forse però il suo stile è troppo comune a tante altre e fatica ad emergere. Il jazzofilo quasi non si accorge della sua esistenza e la ripone in quel limbo dove basta poco per essere dimenticati o diventare grandissimi. E in effetti per una decina d’anni della Austin si perdono le tracce. La rivedo in un recente DVD della Concord dedicati ai cantanti della medesima etichetta (2003). Nel palco di Montreux si susseguono Peter Cincotti,  Karrin Allyson, Monica Mancini, Diane Schuur, Nnenna Freelon e Curtis Stigers,  bravissimi e in gran forma, ma lei ha il sopravvento grazie ad una presenza scenica superiore e a una maturità espressiva, in tutte le sue componenti, da lasciare senza fiato.

In questo disco, che segue quello dedicato a Ella Fitzgerald del 2002 e che ottenne una nomination al Grammy, Patti affronta il più importante compositore americano di tutti i tempi, un’icona del ‘900 qual è George Gershwin. E lo fa senza paura di ripetere cose già dette e di suscitare confronti perdenti con le innumerevoli versioni del passato. Grazie ad un arrangiatore sopraffino e dalle idee originali come Mike Abene (a lungo con Chris Connor e Anita Gravine) e alla prova maiuscola della WDR Big Band, forse la più affidabile orchestra europea, la Austin ha modo di eseguire un repertorio per nulla scontato nei titoli (parecchie sono le chicche raramente ascoltate) e di sicuro freschissimo nella partitura, sempre godibile e di forte presa. Il suo vocione esce immacolato, e altrettanto si può dire dell’estensione e dell’intonazione. E anche come profondità interpretativa ci siamo (il Medley di Porgy and Bess), pur dovendo rilevare che la virtù principale della cantante risiede in una suprema elasticità ritmica che la mantiene comoda in ogni situazione, dalle ballad ai veloci, passando per lo shuffle di un brano “storico” come “Swanee” (cavallo di battaglia di Al Jolson).

Registrato dal vivo a Colonia, città dove risiede la WDR, Patti Austin si conferma animale da palcoscenico in forma strepitosa, dall’immediato impatto spettacolare. Peccato soltanto che in copertina vengano riportati i nomi di truccatore, stilista e parrucchiere e neanche un cenno sui componenti l’orchestra, che si rivelano non solo eccellenti lettori ma anche pregevoli solisti.

Disco molto bello, da ascoltare senza indugio, e nome da mettere in taccuino per i prossimi festival (a meno che le sue richieste non siano stellari…).

 

Massimo Tarabelli

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