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RONNIE CUBER – “Ronnie” – SteepleChase (2009)



Ronnie Cuber,
sax baritono; Helen Sung, pianoforte;
Boris Kozlov, contrabbasso; Johnathan Blake, batteria

Thermo /Gloria’s Step /Four /The Duke /Daahoud /I Didn’t Know What Time It Was /Ah Leu Cha /Love Theme From “Summer of ‘42” /All The Things You Are /Watch What Happens?


Da quanto tempo non leggevamo una track list come questa? Oltre il piacere di (ri)ascoltare un fuoriclasse come Cuber, l’interesse principale del CD risiede proprio in un repertorio splendido e in gran parte dimenticato, sacrificato spesso a vantaggio di brani originali che ben poco hanno di gradevole, se non di portare denaro fresco all’autore. Certamente, per eseguire questi brani nel 2009 occorrono padronanza assoluta del linguaggio, novità di idee, capacità di rigenerare temi e armonie altrimenti desueti. E Ronnie Cuber possiede tali requisiti in abbondanza, come testimonia la sua pluridecennale esperienza di dischi e concerti con chiunque. Il sax baritono è strumento affascinante, che curiosamente si è imposto tardi rispetto agli altri, diciamo dal bebop in poi, quando peraltro figure pur rilevanti come Cecil Payne e Leo Parker erano di secondo piano. Altra considerazione storica da fare è che questo è l’unico strumento in cui i rappresentanti principali sono bianchi, chissà perché. Serge Chaloff, Pepper Adams, Gerry Mulligan,  lo svedese Lars Gullin, Nick Brignola, Jack Nimitz, Bob Gordon, fino a Gary Smulyan, hanno guidato la scena dalla fine degli anni ’40 ai giorni nostri. E Cuber è forse ancora il migliore di oggi, nonostante i quasi sessantotto anni (è nato il giorno di Natale del 1941). La potenza di suono e la fluidità sembrano aver perso poco o nulla rispetto alle prime prove al fianco di Jack McDuff e George Benson, ma hanno di sicuro guadagnato nell’economia del fraseggio, al servizio di un’improvvisazione fertile e mai scontata, da sicuro “story teller”.  Nelle note di copertina, lo stesso Cuber cita come influenze principali Payne e Chaloff, ma io inserirei soprattutto Mulligan, per il garbo, l’eleganza e il relax con cui il baritonista affronta le ballads.


Tuttavia, lo sappiamo benissimo (e chi era presente al concerto notturno di Jesi Estate l’anno scorso non se lo può dimenticare), Cuber si scatena nei brani veloci, dove ha modo di sciorinare una tecnica sbalorditiva, più da sax alto, e swing a tonnellate.  Qui ha modo di esprimersi al suo massimo, grazie anche ad una eccellente sezione ritmica, in cui mi piace sottolineare la prova della giovane pianista Helen Sung, scoperta da Susan Mingus e subito inserita nella Mingus Big Band. Il suo comping e tutte le uscite solistiche sono ammirevoli per tocco, perfetta dislocazione della sinistra, compiutezza delle frasi. Kozlov, poi, si dimostra la consueta roccia (carina l’idea di utilizzare il basso elettrico per un brano strabattuto quale “All The Things”, al quale conferisce un profumo inaspettato), e Blake conferma di essere tra i più affidabili nella sempre ricca schiera di batteristi d’oltreoceano.


Un eccellente disco di jazz vecchio stampo, per qualcuno forse superato, ma per me (e spero anche per voi) sempre attuale e vivo, se beninteso i protagonisti sono a questo livello.


Massimo Tarabelli

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