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PETER BERNSTEIN – “Monk” – Xanadu (2008)


PETER BERNSTEIN – “Monk” – Xanadu (2008)


Let’s Cool One /Pannonica /Work /Brilliant Corners /In Walked Bud /Monk’s Mood /Well, You Needn’t /Bemsha Swing /Played Twice /Ruby, My Dear /Blues 5 Spot /Reflections


Peter Bernstein, chitarra; Doug Weiss, contrabbasso; Bill Stewart, batteria


Per la sua opera più matura Peter Bernstein sceglie il confronto con il repertorio più complesso per un jazzista in genere, e per un chitarrista in particolare, quello di Thelonious Monk. Il tempo ha permesso che questo grande pianista e compositore, tra i pochi veri innovatori del jazz moderno, sia passato da genio incompreso e discusso a principale punto di riferimento stilistico ed espressivo. In Monk c’è tutto, melodia, trovate armoniche ancora oggetto di studio, ritmi ambigui e seducenti. Ma proprio per questo l’approccio può essere superficiale, e facilmente tradire lo spirito univoco dei brani monkiani, che si traduce in un profondo senso di creatività individuale e di amore per il suono, il timbro, la libertà mai fine a se stessa e solo in funzione di un disegno solido, precostruito. I famosi, ampi intervalli, le dissonanze, la tecnica pianistica non ortodossa, e allo stesso tempo di estremo interesse, non hanno perduto nulla in questi ultimi cinquanta anni, permettendo a tanti musicisti, per non dire tutti, di cimentarsi con brani ormai classici. Peter Bernstein non è un jazzista d’avanguardia, non scruta nell’abisso dei silenzi e dei contrasti alla stregua di uno Steve Lacy, ma si colloca tra coloro che amano le mezze tinte, il relax, soffocando le asperità a vantaggio di una valorizzazione delle melodie (e i temi di Monk sono tra i più belli di tutta la storia del jazz). Per fare ciò, il chitarrista abbandona in questo disco certe influenze blues e soulful a lui tanto care e, pur mantenendo una sonorità subito riconoscibile, vicina a Grant Green, sfodera un fraseggio più vicino a Jimmy Raney, basato su lunghe linee a note singole contrappuntate da pennate talvolta spostate, solo in apparenza disarmoniche. Il risultato è un lavoro eccellente, mai sopra le righe, il cui senso cameristico è sottolineato dall’operato dei ritmi, precisi e puntuali, che assecondano arrangiamenti chiari, basati sulla brevità (tutti i brani intorno ai cinque minuti, o anche meno), e quindi su una maggiore comprensione dell’intero impianto musicale.


Se il produttore aveva pensato addirittura ad un album per sola chitarra, Bernstein ha invece scelto bene di ritagliarsi in tale veste appena tre pezzi, le ballads “Monk’s Mood”, “Ruby, My Dear” e “Reflections” (quest’ultima utilizzando la tecnica dell’overdubbing), favorendo così la migliore godibilità d’insieme nell’ascolto del disco. Da questo punto di vista, mi domando il perché dell’assenza del capolavoro di Monk “Round Midnight”, ma è probabile che la risposta sia nell’evitare la millesima versione di un tema tanto conosciuto o, addirittura, che non rientri nei gusti del chitarrista, alla pari di Duke Ellington, il quale non gradiva “Lush Life”, il tema più famoso di Billy Strayhorn e assente nel pur fondamentale disco “And His Mother Called Him Bill”.


Concludo con una nota per gli audiofili : la Xanadu, importante etichetta degli anni ’70 e ’80, è riuscita ad ottenere un suono caldo ed avvolgente, proprio del vinile, ed ha perfino stampato un 45 giri a dieci pollici con due brani del CD, a tiratura limitata a 100 copie (sì, avete letto bene). Se foste interessati, vi do il sito di riferimento : www.groove-O-matic.com


Qualunque supporto sia, mettetevi alla ricerca di un disco destinato a restare.


Massimo Tarabelli


 

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