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DMITRI BAEVSKY – “Down With It” – Sharp Nine (2010)

DMITRI  BAEVSKY


“Down With It” – Sharp Nine (2010)


Down With It /Mount Harissa /We See /LaRue /Shabozz/Last Night When We Were Young /Decision /Webb City /I’ll String Along With You

 

Dmitry Baevsky, sax alto; Jeremy Pelt, tromba; Jeb Patton, pianoforte; David Wong, contrabbasso; Jason Browne, batteria

 

“Jazz Is Universal”, recitava il primo disco della Clarke-Boland Big Band, strepitosa orchestra guidata da Kenny Clarke e dal pianista belga Francy Boland, comprendente musicisti da ogni parte del mondo. Tale verità non potrebbe essere meglio comprovata da questa incisione di Dmitry Baevsky, stupefacente alto sassofonista di San Pietroburgo. Dopo un paio di dischi ottimi, ma passati quasi inosservati, come “Introducing D.B.” (Lineage Records, con Cedar Walton, John Webber e Jimmy Cobb) e “Some Other Spring” (Rideau Rouge, con Joe Cohn), Dmitri approda alla sempre meritoria Sharp Nine, che lo circonda ugualmente di musicisti eccellenti, ben conosciuti nella scena del nuovo bop. Perché Bvaesky è proprio in questo terreno che si muove a meraviglia, come se fosse un veterano. D’altronde è residente da più di un decennio a New York, città che respira jazz in ogni momento della vita quotidiana, e dove il talento di chiunque ha modo di svilupparsi al massimo.

Lo stile di Baevsky è ben lungi dall’essere innovativo, ma rappresenta forse quanto di meglio si possa ascoltare oggi nella continuazione di un linguaggio che ha avuto in Charlie Parker il suo sommo artefice. Non mi dimentico ovviamente dei nostri Cafiso, Giuliani, Di Battista e, buon ultimo, Mattia Cigalini, ventenne con il fuoco nelle vene. E neanche di Jon Irabagon, esponente di spicco di uno dei gruppi più eccitanti della scena contemporanea, “Mostly Other People Do The Killing”. Ma la fedeltà assoluta al bebop che Dmitry dimostra di possedere è qualcosa di commovente, il cui significato va oltre la riuscita di questa seduta, in realtà di eccellente livello. Come avete letto, il repertorio naviga attraverso brani di Thelonious Monk, Bud Powell, Gigi Gryce, Clifford Brown, Duke Ellington (il raro “Mount Harissa”, tratto dalla “Far East Suite”) e un paio di standard. Il sassofonista è in quintetto in quattro pezzi e Pelt prende soli stupendi (ascoltate che logica discorsiva in “Shabozz”), peccato che non sia presente in tutto il disco. Ma anche i brani in quartetto convincono; il fraseggio fluido, musicalissimo, del leader riflette echi molto nobili, che rimandano a Sonny Stitt, Phil Woods, talvolta a McLean (Bird sorride da lassù…), e che non mostrano incrinature in ogni situazione di tempo, dalla ballad al velocissimo (attenzione a “Webb City”).

Dopo le ultime note del disco, non mi rimane che aggiungere “Jazz Is Forever”.

 

Massimo Tarabelli

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