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PAOLO ALDERIGHI “Piano solo” – Abeat (2011)

PAOLO ALDERIGHI
“Piano solo” – Abeat (2011)

The Nearness Of You /The Sheik Of Araby / Four Brothers / Manoir De Mes Reves /Muskrat Ramble /The Kid From Red Bank /My Romance / Love For Sale / Shreveport Stomp / How Long Has This Been Going On / Tea For Two / It’s All Right With Me / Embraceable You

Paolo Alderighi, pianoforte

Giunto al quarto CD di piano solo, Paolo Alderighi approda ad un’opera di ammirevole maturità, che per certi versi lascia stupefatti. Penso soprattutto all’approccio verso questo materiale, appartenente in modo totale alla cultura jazzistica d’oltreoceano, ma non per questo dominata da un musicista italiano giovanissimo (quando lo registrò doveva ancora compiere ventinove anni), umile e preparato quanto altri mai. Noi di Ancona Jazz l’abbiamo conosciuto di persona lo scorso anno, durante il Summer Festival alla Mole Vanvitelliana. Impegnato in duo con un altro pianista che parla la stessa lingua, vale a dire Rossano Sportiello, in trio con l’affascinante bassista e cantante Nicky Parrott, nonché nel quartetto “moderno” di Scott Robinson, Paolo mostrò una duttilità e una capacità di adattamento che lasciava trasparire un fuoco interiore, una urgenza espressiva incontenibili. E’ quindi stato protagonista nel duo con Warren Vaché per il
concerto del nostro quarantennale al Ridotto delle Muse, lo scorso 3 marzo , un’esibizione splendida che ha suscitato i più ampi attestati di stima da parte del cornettista, di cui ben conosciamo la severità di giudizio.

Paolo è ragazzo amabile, raffinato, di profonda cultura (oltre al diploma di conservatorio ha una laurea con lode in economia delle arti, cultura e comunicazione alla Bocconi), insomma un personaggio che trascende la figura stereotipata del jazzista per assurgere a quella di musicista perfettamente inserito nel suo tempo, che recupera il passato traducendolo in necessità d’ascolto contemporaneo.

Ad una prima vista il repertorio di questo disco può apparire un po’ schizofrenico : a parte il corposo numero di standard appartenenti al “Great American Songbook”, Paolo affronta brani del tutto dissimili, sia per collocazione storica che per referenti strumentali. Dai classici del jazz dei primordi come “Sheik of Araby”, reso celebre da Fats Waller, “Muskrat Ramble” di Kid Ory (inciso per la prima volta da Louis Armstrong e gli Hot Five nel 1926), “Shreveport Stomp” di Jelly Roll Morton (risalente al 1924), si passa a “Manoir” di Django Reinhardt, e addirittura ad un paio di celebri temi per big band, quali “Four Brothers”, scritto da Jimmy Giuffre per la strepitosa sezione di sassofoni del secondo “gregge” di Woody Herman, e “Kid From Red Bank”, che Neal Hefti compose per l’orchestra di Count Basie come apertura dello straordinario disco “The Atomic”. Eppure La sensazione di unitarietà nell’ascolto delle tracce, una dopo l’altra, è immediata. “Sono cresciuto ascoltando questi pezzi e mi sento a casa mia quando li suono!”, così commenta Paolo nelle note di copertina, e la spiegazione non può che essere questa. Il pianista piega la musica, sempre splendida, sotto il suo stile che parte dal ragtime e dallo stride piano per inglobare, via via, influenze sempre più moderne (io ho avvertito perfino sussulti tristaniani…), non scordandosi un approccio “europeo” che conferisce eleganza ed importanza da sala da concerto. Paolo sceglie i tempi, trova degli “intro” da brividi (a me li ha fatti venire fin dalle prime note di “The Nearness Of You”)e mette in vetrina un tocco di una purezza e limpidezza magistrali. In questo modo un’ora di ascolto scorre veloce, come sempre
accade quando il jazz coglie nel segno. Ma mi sento di affermare, in ultima analisi, che il disco supera di slancio qualsiasi etichetta e si erge solo come grande musica, talmente ricca di suggestioni da porsi come esemplare nel panorama di oggi.
Bravo Paolo,ti aspettiamo ad Ancona per un prossimo concerto!

Massimo Tarabelli

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