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PEE WEE RUSSELL & HENRY RED ALLEN : “The College Concert” – Impulse! (1966; LP)

Blue Monk / I Want A Little Girl / Body And Soul /
Pee Wee’s Blues / 2° East 3° West / Graduation Blues

 

Henry Red Allen, tromba, voce;
Pee Wee Russell, clarinetto;
Steve Kuhn, pianoforte;
Charlie Haden, contrabbasso;
Marty Morell, batteria

 

Dopo aver ascoltato per l’ennesima volta questo disco, un solo aggettivo mi pare utilizzabile : commovente. Almeno è questa la sensazione che continuo a provare verso un album che è anche un perfetto esempio della ricchezza, della versatilità e della creatività del linguaggio jazzistico.
Eppure nel vasto catalogo della Impulse! è un titolo – tra Coltrane, Rollins, i campioni degli anni ’70 quali Shepp, Sanders e Ayler – che corre il serio pericolo di passare inosservato (così come gli altri due di Russell, cioè “Ask Me Now” in quartetto e “The Spirit Of ‘67” con orchestra arrangiata da Oliver Nelson), e sarebbe un grave errore.
Parliamo brevemente dei due protagonisti, perché temo che risultino sconosciuti alle ultime, e penultime, generazioni. Entrambi personaggi di punta del jazz classico degli anni ’20, Pee Wee appartiene indissolubilmente al dixieland bianco legato a personaggi del calibro di Bix Beiderbecke, Eddie Condon, Miff Mole, George Brunies,Wild Bill Davison, Bud Freeman,  ma la sua statura artistica l’ha portato a confrontarsi con stili e tendenze ben più contemporanee, quali il bebop di Thelonious Monk e le avanguardie “libere” di Jimmy Giuffre e, perfino, Ornette Coleman. Esiste una descrizione straordinaria di Pee Wee, con cui mi trovo del tutto d’accordo : alla fine di ogni assolo, il clarinettista sembra uscire vittorioso da una battaglia che era sul punto di perdere. Tanto profondo è infatti l’abisso in cui spesso si buttava a capofitto, con soli del tutto imprevedibili, guizzi sguscianti e frasi spezzate che rimandano ad un mondo forse naif, ma che antepongono sempre il cuore e le emozioni alla fredda rigidità tecnica (caratteristica, d’altronde, di altri musicisti bianchi del periodo, Bix in testa ovviamente). E la sonorità, sporca e grumosa, raschiante di legno, è lontanissima dalla purezza di artisti successivi come Benny Goodman e Artie Shaw, di sicuro più vicina ad un Johnny Dodds, il cui umore “dirty” e “low down” è il necessario viatico verso un blues feeling del tutto dominante. In Pee Wee i confini della musica, e dell’arte in genere, si allargano felicemente in un’unica soluzione espressiva, e basta osservare i suoi pregevoli dipinti (un esempio è proprio la copertina del già citato “The Spirit Of ‘67”) per rendersene conto.
Henry “Red”Allen, quasi coevo di Russell, fa parte invece della scuola di New Orleans (ha suonato con King Oliver, Clarence Williams, Fate Marable, Luis Russell, Fletcher Henderson, tra i tanti altri), per cui gli è stato impossibile sottrarsi dal fascino di Louis Armstrong. Ma ben presto il suo stile si è fatto più audace, ricco di armonici e soluzioni ritmiche, e il suo fraseggio che guardava avanti non passò inosservato a critici e musicisti, tra i quali Don Ellis, che scrisse, in un articolo sul Down Beat del 1965, che “Red Allen è oggi il più avanguardista dei trombettisti di New York.” Di sicuro, storicamente possiamo confermare che è stato l’anello di congiunzione tra Satchmo e Roy Eldridge, e quindi base di partenza per le innovazioni di Dizzy Gillespie.
Questo disco, registrato pochi mesi prima della morte di Allen, avvenuta nell’aprile del 1967, vede il trombettista in grande forma, a suo completo agio accanto a Pee Wee, con cui dà vita a giochi d’insieme, controcanti, cambi di assolo, da mozzare il fiato. Allen è anche pregevole cantante, degno prolungamento del suo stile trombettistico, perciò libero di andare dove vuole. Il suo doppio intervento vocale in “Body and Soul” è indicativo a tal senso, con un intermezzo strumentale preso ad un tempo doppio del tutto spiazzante. E Pee Wee non è da meno. Il suo assolo in “Blue Monk” è da brividi per le soluzioni che riesce a scovare chissà dove, così come nel suo autografo, quel “Pee Wee’s Blues” che resta un’ossessione da analisi del suo repertorio, e il “Graduation Blues” finale, titolo molto appropriato visto che il concerto si svolge al Massachusetts Institute Of Technology a Cambridge, Inghilterra, nell’ottobre 1966.
Ma forse, nonostante l’apporto superlativo dei due veterani, la differenza qui la fa la sezione ritmica, scelta con mano felice non si sa bene da chi tra alcuni dei migliori giovani musicisti della scena attuale. Il miracolo si compie : esperienze diverse si fondono in un corpo unico in cui la modernità va a braccetto con la tradizione a favore di una proposta stimolante come poche, affascinante e poetica come pochissime. Se Kuhn e Haden confermano le loro qualità, la sorpresa più piacevole viene da Marty Morell, che sfodera un piatto straordinario, pulito e implacabile, nitido e puntuale come un orologio, capace di fornire un sostegno ritmico ideale per i voli di qualsiasi solista.
Il pubblico applaude calorosamente e sono convinto che sia rimasto a bocca aperta di fronte ad uno spettacolo così imprevedibile, serio ed importante. Per me, è un disco che porterei subito in un’isola deserta.

Massimo Tarabelli

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