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VITTORIO GENNARI “Blues” – Red Records (2013)


Blues In The Closet /Blue Seven /Ammore /Stolen Moments /Another Blues /Mr. P.C. /Turnaround /Blues For Philly Joe /Birks Works /Things Ain’t What They Used To Be /Audrey

Vittorio Gennari, sax alto; Daniele Di Gregorio, vibrafono; Roberto Bachi, pianoforte; Massimiliano Tonelli, contrabbasso; Joe Pagnoni, batteria

Giunto al suo quarto disco per la Red Records, Vittorio Gennari si conferma jazzista di grande statura, uno di quelli autentici, che sanno raccontare storie attraverso una personalità unica, e che guardano alla tradizione solo come base di partenza. E bene ha fatto Sergio Veschi, produttore pugnace e strenuo difensore delle proprie convinzioni, a permettergli di entrare finalmente in sala d’incisione. Vittorio ha trascorso una vita intera dedicata alla musica, e tale passione si avverte dai suoi soli, scarni ed essenziali, ma che danno il giusto valore ed espressione ad ogni nota, e soprattutto da una sonorità affascinante, notturna, che può ricordare Art Pepper (da brividi in “Ammore”, originale del pianista Roberto Bachi, su cui torneremo) più che Johnny Hodges, e che tuttavia appare di completa naturalezza. Ascoltandolo, mi sono venute in mente le parole di Pee Wee Russell, riportate nel libro “Hear Me Talkin’ To Ya”, e che qui sintetizzo : “Il jazz parte da persone – non ha importanza da dove vengano – che possiedono una sensibilità spiccata e innato senso del ritmo che non riescono a contenere. La loro strada è segnata, non importa quali costrizioni o insegnamenti possano ricevere”.  Vittorio è di quella pasta : marchigiano, quindi alla periferia di tutto, è jazzista vero, che nessun Berklee School o seminario qualsiasi avrebbero potuto contenere. Il repertorio di questo disco lo esalta, e particolarmente azzeccati appaiono gli arrangiamenti di Roberto Bachi, altro musicista schivo e umile, che è bene invece sentire con molta attenzione per via di un pianismo dal fraseggio elegante, sempre rivolto alla rotondità della frase melodica, e basato su uno swing pacato ma inesorabile.
Il peso solistico di questo disco, pregevole in ogni traccia, si estende poi all’eccellente vibrafonista Daniele Di Gregorio, altro marchigiano con una bella carriera alla spalle, che parte da Giorgio Gaslini per arrivare, dopo altre collaborazioni jazzistiche importanti (Emanuele Cisi, Dado Moroni, Tony Scott, Tullio De Piscopo), alle massime figure nel campo della musica leggera d’autore (Mina, Fabio Concato, Lucio Dalla, e soprattutto Paolo Conte, con cui collabora da anni). Grazie infine ad una ritmica puntuale e mai invadente, che sostiene nel modo più consono il solista di turno, la scaletta del disco si muove benissimo attraverso brani che non sono semplici giri di blues, ma temi entrati a far parte dei capolavori del jazz. E se Bachi contribuisce con due perle come “Ammore” e “Another Blues”, che potrebbero rientrare di filata nel repertorio di qualche “gigante” d’oltreoceano, aver recuperato un pezzo tanto bello e struggente come “Audrey” di Paul Desmond, raramente eseguito anche da Dave Brubeck (e contenuto, peraltro, nell’unico e solo disco “Brubeck Time”), mi sembra il suggello migliore ad un disco imperdibile, da ascoltare in solitudine in virtù delle emozioni profonde che sottende e che toccano la sensibilità di ognuno.

Massimo Tarabelli

P.S. : Vittorio Gennari ha 81 anni.

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