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“RAY” di TAYLOR HACKFORD


Abbiamo visto in anteprima il film “Ray”, dedicato alla vita e alla musica di Ray Charles, figura di assoluto rilievo nella musica nera del ‘900 e scomparso da pochi mesi.

Ebbene, è un film che consigliamo di vedere innanzitutto per la strepitosa, impressionante, interpretazione di Jamie Foxx e poi per la ricostruzione scenografica e i costumi, di totale veridicità,  e per la qualità della musica, ovviamente, non risuonata, attenzione, ma utilizzata soltanto nelle versioni originali. E’ una ghiotta occasione dunque per conoscere questa figura gigantesca del soul, R&B e blues che ha attraversato più di cinque decenni della storia della musica americana, o per ritornare con la memoria a quei brani che hanno segnato in modo indelebile la nostra gioventù.

Sono molto interessanti e appropriati gli sguardi al dietro le quinte delle case discografiche, principalmente la Atlantic dei fratelli Ertegun e la più potente ABC-Paramount, con i loro metodi di registrazione e produzione, i lanci di un disco sul mercato, la sua programmazione nelle radio e così via. Insomma, come si porta al successo, vero, tangibile, fatto di tanti bei dollaroni, un personaggio dotato comunque di talento notevole.

Il navigato regista Hackford gioca su più livelli. Partiamo dall’infanzia di Ray con il suo retaggio tragico che diventerà un costante, e devastante, senso di colpa per aver  assistito imbelle alla morte per annegamento del fratellino in una semplice tinozza lavapanni. Poi si affastellano il rapporto con la cecità, sopraggiunta all’età di sette anni, e quello con le donne, conquistate con apparente facilità dopo un’esibizione qualsiasi; e infine, ma sopra tutto il resto, l’utilizzo di droghe pesanti che ne condizionarono l’esistenza fino ai primi anni ’60, quando Ray, dopo aver appreso della morte per overdose di Marjorie Hendricks, una corista delle sue Raylets (nonché amante e madre di un figlio naturale), decide di liberarsi della “scimmia” una volta per tutte con il metodo brutale  del “tacchino freddo”, rimanendo quindi chiuso in una stanza per superare di forza la terribile crisi di astinenza.

Ma tali agganci narrativi sembrano servire più per scopi commerciali che per reali esigenze drammatiche. Sostare così a lungo sulla droga dopo innumerevoli film sull’argomento (primo tra tutti, “L’uomo dal braccio d’oro” di Otto Preminger, del 1955) significa ripetere fino alla noia situazioni tristissime già digerite, che avremmo volentieri evitato. Tanto più che gli stupefacenti furono una risposta ad un disagio esistenziale di Charles, piuttosto che un viatico alla creatività e all’espressione artistica, come accadde invece per musicisti quali Charlie Parker, Chet Baker, Lester Young, Bud Powell  e si potrebbe continuare.

Al contrario il percorso musicale di Ray Charles è corretto e ottimamente girato. Sono messi ben in risalto le innovazioni stilistiche del pianista, un’originale miscela di blues, gospel  e country che causò all’inizio forti crisi di rigetto, ma mancano però quasi del tutto i suoi rapporti con il jazz, linguaggio che il pianista non ha mai smesso di frequentare. A parte l’incontro con un giovanissimo Quincy Jones e una rapida visita in club al suo idolo Art Tatum (ma che diavolo gli hanno fatto suonare? Art non aveva certo quello stile….mistero!). Poi più nulla, quando invece sappiamo bene che anche alla Atlantic incise diversi album strumentali accanto a jazzmen del calibro di Milt Jackson, Kenny Burrell, Oscar Pettiford e Billy Mitchell, per non parlare di un album importante quale “Genius + Soul = Jazz”, registrato per la Impulse nel 1960, fino alla partecipazione del CD di Steve Turre, uno dei suoi trombonisti, “In The Spur of the Moment”, nel ruolo di semplice sideman (1999). Tra i suoi musicisti, molti erano jazzisti puri, come il trombettista Marcus Belgrave e, soprattutto, il grande sassofonista tenore David “Fathead” Newman, dal suono robusto, caldo e bluesy, che gli fu accanto per molti anni non certo solo nel ruolo di fornitore ufficiale di droga, come purtroppo viene dipinto.

Hackford indugia e rallenta, soffermandosi talvolta su particolari forse trascurabili, e sorvola su altri avvenimenti della ricca vita di Charles, come la sua sensazionale partecipazione al festival del jazz di Newport del 1958, da cui nacque un disco eponimo altrettanto famoso, e che gli valse l’appellativo di “The Genius”. Infine, dopo due ore e mezza, al regista non rimane altro che sintetizzare i successivi quaranta anni di attività con un paio di didascalie in cui si evidenzia anche l’aspetto umanitario del cantante cieco, benefattore di tanti istituti e scuole per non vedenti sparsi un po’ dovunque negli Stati Uniti.

Un film altalenante, dunque, a cui non giova neppure un doppiaggio discutibile nella forma (il parlato di un nero afroamericano è difficilissimo da imitare e da capire) e nella sostanza, con una traduzione letterale degli idiomi spesso incomprensibile.

Ma, come diceva Federico Fellini, ci pensa la musica a mettere a posto ogni cosa. (Ri)sentire quei brani che abbiamo tanto amato: “I Got A Woman”, “What I’d Say”, “Hallelujah I Love Her  So”, “Georgia On My Mind”, “The Right Time”, “You Don’t Know Me”, “Unchain My Heart” e altri ci ha regalato commozione e qualche brivido. Al termine del film abbiamo applaudito, in mezzo a tanti;  d’altra parte Ray era uno di noi, viveva per la musica che amava più di tutto.

Il resto non conta.

 

Massimo Tarabelli

 

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