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ANCONA JAZZ SUMMER FESTIVAL 2010


ANCONA JAZZ SUMMER FESTIVAL 2010


Ci rimarranno a lungo nel cuore. Queste giornate, trascorse a rincorrere i musicisti per gli aeroporti e le stazioni,  a far coincidere tempi per le prove e i concerti, a guardare spesso il cielo per vedere se qualche avvisaglia di nuvola riuscisse a mandare all’aria tutto il lavoro di mesi, sono state più faticose che mai. Ma anche le più esaltanti di sempre. Perché il festival, finalmente, è stato “nostro” in ogni senso, con musicisti voluti da noi e talvolta anche messi insieme per un’unica occasione, al di fuori di tournee prestabilite e della costante ripetitività che dominano le scelte artistiche estive. Un desiderio di originalità rischioso, senza un nome di grido o di moda, ma che ha guardato alla bravura dei protagonisti, ad un’importanza storica che solo l’ignoranza di questi tempi può relegare ai confini della conoscenza.
E i pericoli si estendevano anche all’organizzazione pratica.
Otto serate, e nove concerti, hanno coinciso con dieci voli aerei (andata e ritorno) e  un arrivo in treno:  bastava uno sciopero, un ritardo improvviso, per non parlare del vulcano islandese che aveva già causato l’annullamento dei voli da Londra, e il festival avrebbe fatto una brutta fine. Nulla di ciò è avvenuto, e ora siamo qui a ricordare momenti sublimi di musica e incontri, di rapporti umani emozionanti e di figure gigantesche. In quale altro modo possiamo descrivere Bob Brookmeyer, ad Ancona con la moglie per ben cinque giorni? I ragazzi della Colours Jazz Orchestra, mirabilmente guidati da Massimo Morganti, erano tesi  come non mai, ma concentratissimi, pronti a recepire con umiltà qualsiasi cenno dell’illustre maestro. Bob ha svolto un workshop eccezionale di oltre tre ore e delle prove maiuscole, all’interno della Sala Didattica della Mole, bella ma un po’ strettina per un’orchestra di venti elementi e in ogni caso un autentico forno. Nessuno si  è mai lamentato, il lavoro era troppo importante, e il risultato finale è stato pari, e forse oltre, le aspettative : una musica meravigliosa, una direzione straordinaria, ed un’orchestra che ha compiuto un ulteriore passo decisivo di maturazione (Massimo, stai pronto, perché stiamo già pensando all’anno prossimo…). Bob si muove a fatica, mangia come un uccellino, ma ha la mente e la parola ancora fluide.  All’apparenza, niente e nessuno gli dà fastidio : firma copertine di dischi, dialoga e si fa fotografare con chiunque.  Quando riparte, parla di progetti futuri, di insegnamento, insomma è un vortice di idee e propositi, nonostante gli acciacchi e l’età avanzata.
Anche Ack Von Rooyen è coetaneo di Brookmeyer e mantiene la medesima vitalità, pur essendo in migliore salute. Figura asciutta e minuscola, Ack è semplicemente un poeta, e oggi è tra i pochissimi che siano realmente in grado di offrire il giusto tributo a Chet Baker. I suoi assolo al flicorno sono brevi eppure intensi, ogni nota è giusta e corretta, l’economia del discorso è ammirevole : si capisce subito che per lui suonare e vivere sono la stessa cosa. E la mail che ci manda, il giorno dopo la sua partenza, conferma questa sensazione, senza la musica egli non esisterebbe più, e le parole ci colpiscono profondamente. Altre immagini : Martin Wind, che rimane in pratica in vacanza con la famiglia per tutta la settimana; un terzo  splendido ottantenne, il fisarmonicista inglese Jack Emblow, che fa faville nell’eccezionale “Spirit of Django” del chitarrista Martin Taylor, dove ritroviamo anche con grande piacere il sassofonista Alan Barnes, che ci saluta come se ci fossimo incontrati qualche giorno prima (e invece sono passati dieci anni dalla sua prima apparizione ad Ancona Jazz); le nostre due amate “donne in jazz”, vale a dire Anita Wardell, da Londra, e Dena De Rose con le quali il rapporto sconfina ormai nell’amicizia profonda; l’anima fanciullesca di Eumir Deodato, che ama i crackers e la cioccolata, ha parole bellissime su di noi e la città, e alla fine quasi si getterebbe nella platea in delirio, tanto grande è la sua voglia di suonare e di raccontare.
E gli uomini cominciano a confondersi con i luoghi.  L’eterna Piazza del Papa, sede del concerto d’apertura con il nuovo gruppo anglo-olandese di Andrea Pozza (piccola delusione, mancava il sassofonista  Dick De Graaf, colpa di una fastidiosa otite, ma comunque un quartetto eccellente : “Andrea, penso che sia il migliore che hai avuto”, gli dico alla fine; “Credo proprio di sì”, mi risponde con la sua tipica timidezza); poi il cortile di Marina Dorica, cornice ideale, così circondata da un mare magnifico, per l’omaggio a Chet, e soprattutto la Mole Vanvitelliana, resa quest’anno in un nuovo splendore. Tutti i musicisti se ne sono innamorati, e la musica – è una mia impressione? – risente di questo valore aggiunto, di un clima di irreale sospensione tra terra e cielo. Il pubblico mostra di gradire al massimo, passando ai numeri saranno circa 2400 le presenze divise in otto concerti, e se consideriamo che gli abbonamenti sono stati appena dieci, è facile pensare come sia stato alto il ricambio di spettatori, giunti peraltro anche da fuori regione e talvolta anche da oltre Italia (Germania e Inghilterra).
Ma tante sono le componenti che devono funzionare per ottenere un risultato di valore, e qui il pensiero corre a chi ha lavorato con un impegno superiore al puro dovere professionale. Spero di non dimenticare qualcuno nel citare Stefano Gennarelli di Qbico, ideatore del  logo del festival, azzeccatissimo; Giorgio e Silvio, fautori di un suono stupendo; Eric Bagnarelli e Laura Serarcangeli di Comcerto, insuperabili nell’organizzazione logistica; il personale dell’assessorato alla cultura con in testa Elena Feggi; Mimmo e Sebastiano del bar Raval, determinanti nel creare un dopo festival di alta civiltà, un luogo d’incontro dove scambiare opinioni e dove gli stessi musicisti ben volentieri si mescolavano nella folla. L’ultimo ricordo è proprio lì, girovagando fra i tavoli, a contatto con David Kikoski, Eddie Gomez e Roberto Gatto, che non se ne vogliono più andare. Vedo anche l’assessore Andrea Nobili, molto soddisfatto.  Si arriva prestissimo all’una di notte, ora fatidica di chiusura della Mole e tutti devono uscire.

Peccato, fino alla prossima edizione di luglio 2011 non rimane che frugare nel labirinto della memoria.


Massimo Tarabelli

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