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“TURN OUT THE STARS” : CHE SETTIMANA!


“TURN OUT THE STARS” : CHE SETTIMANA!


“Mi sa tanto che stasera abbiamo scritto una pagina di storia” : con queste parole un emozionato Fabio Tiberi, direttore artistico della FORM, mi avvicina al termine dello straordinario concerto d’apertura, al Pergolesi di Jesi, del quartetto di MARTIN WIND e dell’ ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA in ricordo di Bill Evans. Sono emozionato anch’io, ma chi non lo è al termine di due ore sublimi e, in certi momenti, da far accapponare la pelle? L’aria che si respira è quella delle grandi occasioni, si capisce dagli sguardi di tutti che si è toccato un vertice dell’arte musicale, e il pubblico è entusiasta come raramente mi è capitato di vedere. Queste scene si ripeteranno anche a Macerata e a Pesaro, sede di teatri magnifici come il Lauro Rossi, che addirittura non ha bisogno di alcuna amplificazione, e il Rossini, i quali svolgeranno anch’essi un ruolo non secondario sull’ esito, esaltante, dei concerti.


A dire il vero, noi un po’ ce l’aspettavamo. Conoscevamo già bene il valore solistico dei musicisti, vale a dire il polistrumentista Scott Robinson – qui impegnato soltanto al tenore e, addirittura, al C-Melody sax (chi l’hai mai visto in funzione?) – il pianista e arrangiatore Bill Cunliffe (fresco reduce da un Grammy Award), il leader Martin Wind e il fantastico batterista Joe La Barbera, universalmente noto come l’ultimo batterista al fianco di Evans sul finire degli anni ’80. Quando discutemmo con Martin di questo progetto, ci sembrò ideale per continuare il proficuo rapporto di collaborazione con la FORM, che aveva portato agli esiti positivi del tributo a Chet Baker con il quintetto di Paolo Fresu, e del “Concerto Latino” di Paolo Silvestri, con Javier Girotto e Peppe Servillo. Dal suo canto, l’orchestra ha ormai capito a fondo come affrontare questi repertori, come collocarsi nell’attaccare le note e nell’integrarsi con il solista di turno. E il direttore non poteva che essere Massimo Morganti, leader della Colours Jazz Orchestra, trombonista tra i migliori in Italia, e musicista completo, in grado di padroneggiare qualsiasi partitura.


E’ difficile, adesso, parlare di una musica disgiunta dalle personalità degli esecutori, perché la bellezza delle melodie riverberava una poeticità ed un lirismo che sono insiti nel bagaglio espressivo dei quattro jazzisti, e sottolineiamo pure questo termine, visto che tutti hanno sfoderato assoli diversi in ogni serata (fortunati noi che c’eravamo …). La musica di Bill Evans irradia calore e serenità, scruta nel profondo dell’ascoltatore e indaga su sentimenti universali : più di tutte ha bisogno di partecipazione, di quell’interplay che ha reso tanto famoso il pianista. E gli arrangiamenti, scritti un po’ a turno, riflettevano questi stati d’animo : Martin racconterà ogni sera di come e quando ha sviluppato quello di “Blue In Green”, durante una giornata di sole e mare magnifici nella spiaggia della Numana, dove si trovava in vacanza con la famiglia durante il nostro Summer Festival dello scorso anno. L’orchestra viene perciò utilizzata secondo un’ampia tavolozza di colori; oltre a violini, viole, violoncelli e contrabbassi, ci sono flauto, oboe, fagotto, due corni francesi, trombe, trombone, arpa, timpani, piatti, vibrafono e campana tubolare (un solo colpo, al termine di un bellissimo pezzo originale di Robinson), che servono non come semplice sfondo, ma per un’ intelligente e coinvolgente rapporto di relazione con il quartetto. Ecco quindi che la lezione di Evans è stata recepita e rilanciata, secondo un’ottica di modernità che rimarrà nel tempo.


Ma questa non è, e non vuole essere, una recensione. Devo procedere per suggestioni, sperando che chi legge possa a sua volta pensare a queste serate come un’emozione continua, un sogno realizzato. La prima che mi salta in mente è Martin Wind che espone il tema di “My Foolish Heart” con un archetto ammaliatore e incantatore, capace di imporre un silenzio quasi innaturale; e poi le giacche variopinte di Scott Robinson, la cui eccentricità si sposa ad un magistero da bocca aperta sui suoi sassofoni, uno dei pochi “hipster” in azione, oggi; il pianismo scintillante, mai ripetitivo, di Bill Cunliffe, a cui assegnerei il massimo dei voti sempre, tranne che a Pesaro, dove aggiungo anche la lode; la maestria sulle dinamiche e il controllo supremo della batteria da parte di Joe La Barbera, uno dei pochissimi a portare questo strumento ritmico al livello e alla dignità dei suoi compagni melodici, in grado di sfoderare soli con una libertà e un senso della forma pari a pochi altri (penso subito a Billy Higgins e a Shelly Manne); l’umiltà e dedizione di Massimo Morganti, la cui dimensione, proprio per queste virtù, mi appare ancor più gigantesca, e gli americani l’hanno ben capito, tanto da tributargli apertamente i giusti riconoscimenti.


Arrivo al momento di solito molto atteso, attorno ad un tavolo all’una di notte dopo l’ultimo concerto, e davanti ad una buona birra. E’ qui che si dicono le verità, che si capiscono molte cose, che si gettano le basi per future collaborazioni. Chiedo a Martin cosa pensi di questa settimana : “E’ stata la più importante di tutta la mia carriera”, mi risponde subito, sorprendendoci un pochino. Scott è al suo fianco, concorda con il movimento del capo, ma rincara con “Per me la prima serata è stata la più emozionante, musicalmente, della mia vita”. Che aggiungere a queste dichiarazioni rilasciate con il cuore e gli occhi lucidi ? (Li ho visti bene, stavo di fronte). Giancarlo coglie al volo l’occasione e rilancia progetti per gli anni a venire, già fin dall’edizione 2012 del festival estivo. Fautore impareggiabile e tetragono verso tutte le difficoltà, responsabile principale del fatto che “Turn Out The Stars” si sia avverato, il nostro JC è l’unico che possa concretizzare le idee che ci vengono in testa, e che i musicisti dimostrano di gradire.


Martin sa che tutte e tre le serate sono state registrate, e di un paio sono inoltre disponibili le riprese video integrali; ora intende pubblicarle sulla sua etichetta, affinchè un simile sforzo rimanga in modo tangibile.
D’altronde lo chiedono gli spettatori e la stessa FORM, esaltata da tale prova di maturità nell’abbattimento di qualsiasi barriera temporale e stilistica.


Nei giorni 5, 6 e 7 maggio abbiamo ascoltato grandissima musica, e basta.


Sì, forse è stata anche scritta una pagina di storia.


Massimo Tarabelli

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