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DMITRY BAEVSKY “Soundtrack” – Fresh Sound New Talent (2019)

Evening Song/ Vamos Nessa/ Baltyskaya/ Grand Street/ The Jody Grind/ La Chanson de Maxence/ Over and Out/ Le Coiffeur/ Invisible/ Autun In New York/ Stranger in Paradise/ Tranquility/ Afternoon in Paris

Dmitry Baevsky, sax alto; Jeb Patton, pianoforte; David Wong, contrabbasso; Pete Van Nostrand, batteria

“-Lei non può portare con sé il sassofono. Lo strumento deve rimanere in Russia- Queste sono le parole che l’ufficiale di dogana mi disse all’aeroporto di San Pietroburgo, e mi sentì mancare la terra sotto i piedi… Avevo diciannove anni, da solo con la valigia in una mano e il sax nell’altra, in attesa di prendere l’aereo che mi avrebbe portato negli Stati Uniti per una visita di due settimane. In realtà non feci ritorno in Russia per più di quindici anni. La vita è proprio piena di svolte inattese…”
Ecco come Dmitry Baevsky presenta sé stesso e questo disco nel booklet interno, con semplicità, chiarezza e senza remore nell’affrontare vicissitudini personali e ricordi legati agli ambienti artistici in cui ha vissuto, periodi colmi di umanità e passione. Mi imbattei in una sua ottima prova già nel 2010, “Down with It” per la Sharp Nine, che mi spinse a recensirla su questo sito. Poi non lo persi più di vista, e oggi l’ascolto di “Soundtrack” ne ribadisce, forse con maggior forza, di sicuro con raggiunta maturità, la devozione verso il linguaggio jazzistico, la propensione alla bellezza melodica, la pregevolezza del discorso solistico.
Detto ciò, suona un po’ strano e discutibile, da parte della Fresh Sound, aver inserito il suo nome nella serie “New Talent”. Baevsky è, in effetti, un talento riconosciuto da tempo, e simile affermazione può essere benissimo estesa ai suoi eccellenti partner, dal pianista (ex Heath Brothers) Jeb Patton, spesso al suo fianco fin dagli inizi di carriera, al bassista David Wong (Hank Jones, Joe Magnarelli, Jim Rotondi), e al batterista Pete Van Nostrand, ormai fisso nella scena newyorkese. Grazie ad una ritmica di questo livello, Dmitry può volare dovunque lo conduca il suo estro creativo. E gli stimoli, qui, sono tanti: accanto agli originali, compaiono un tema brasiliano di Joao Donato, qualche standard meraviglioso – “La Chanson” è più nota come “You Must Believe in Spring” (pelle d’oca assicurata) – e brani, magari non tanto battuti, usciti dalla penna di grandi jazzisti, come “Grand Street” di Sonny Rollins (“And the Big Brass”, Verve, 1958), “Le Coiffeur” di Dexter Gordon (“Gettin’ Around”, Blue Note, 1965), “Invisible” di Ornette Coleman (“Something Else”, Contemporary, 1958), “Tranquility” di Ahmad Jamal (“Tranquility”, ABC o Impulse!, 1968). Dmitry li affronta senza alcun timore di sfigurare davanti a tali colossi, mantenendo una sonorità calda, così come la ricordavo, impostata sul registro medio-basso dello strumento, e un fraseggio consequenziale, che spinge ad essere seguito nota per nota. È vero, sovente capita di imbattersi in un momento alla Parker, altrove qualche passaggio ricorda Lee Konitz o altri capiscuola, ma si tratta di un normale processo di acculturazione che lascia ben presto spazio ad una personalità forte e definita.  Se il repertorio può sembrare un po’ troppo eterogeneo, in realtà aderisce molto bene al concetto di “colonna sonora” della sua vita, ma anche, direi, di quella che ci piacerebbe ascoltare sempre durante la nostra!
A questo punto, speriamo di poter presentare Dmitry Baevsky nelle nostre rassegne, più prima che poi.

Massimo Tarabelli

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