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I Remember You… VICTOR FELDMAN “Merry Olde Soul” (Riverside; 1960, LP)

For Dancers Only /Lisa /Serenity /You Make Me Feel So Young /Come Sunday /The Man I Love/ Bloke’s Blues/I Want To Be Wanted /Mosey on Down
 
Victor Feldman, pianoforte, vibrafono; Hank Jones, pianoforte; Sam Jones, contrabbasso; Louis Hayes, batteria
 
Credo che quasi tutti ci siamo imbattuti per la prima volta nel nome di Victor Feldman ascoltando i dischi di Cannonball Adderley, Miles Davis, Sonny Rollins, e di quei tanti musicisti eccelsi che dominavano la scena degli anni ’60. Di lui si sapeva poco: che era inglese, innanzitutto, e che aveva una padronanza strumentale fuori dal comune, essendo anche brillante vibrafonista e, in particolare agli inizi di carriera, batterista funambolico, alla Gene Krupa per intenderci. In effetti, Victor era un classico bambino prodigio; già a sette anni si esibiva in pubblico regolarmente come batterista (parliamo del 1942), e solo qualche anno più tardi cominciò a studiare gli altri strumenti, con i quali ben presto trovò lavoro presso le migliori orchestre e gruppi britannici (Vic Lewis, Ted Heath, Ronnie Scott, Jimmy Deuchar in particolare). Ma poco dopo quei confini gli divennero stretti, e nel 1955 decise di trasferirsi negli USA, dove venne subito ingaggiato alla batteria da Woody Herman. Il suo nome iniziò a circolare sempre più negli ambiti esclusivi della West Coast: Barney Kessel, Bob Cooper, Frank Rosolino, Shelly Manne, Art Pepper, Zoot Sims, Bud Shank, Bill Perkins, Henry Mancini, Howard Rumsey e numerosi altri lo chiamavano a ritmo serrato.  E la prestigiosa Contemporary gli aprì ben volentieri lo studio di registrazione, fin dal suo primo titolo da leader, “The Arrival of Victor Feldman” (1958) accanto a due fuoriclasse come Scott La Faro e Stan Levey.
Da lì sarebbe partita un’avventura piena di incontri, anche disparati, da Stan Getz a Marty Paich, da Peggy Lee a Benny Goodman, fino ad arrivare in cima, vale a dire Miles, per cui scriverà un tema diventato classico del jazz e anche il titolo di un album acclamato, “Seven Steps To Heaven”.
“Merry Olde Soul” rispecchia benissimo le qualità di Feldman, come solista e compositore, uno per tutti “Lisa”, tema affascinante a quei tempi molto eseguito e poi, per astruse ragioni, dimenticato da chiunque. In realtà il disco merita le maggiori attenzioni, e ha ragione Ira Gitler, estensore delle note di copertina, quando afferma che ben pochi altri album necessitano di commento su ogni traccia. Il pianista e vibrafonista (in tal caso alla tastiera siede Hank Jones) si cimenta con lo swing (il brano di apertura, scritto da Sy Oliver per l’orchestra di Jimmy Lunceford), standard di Gershwin ed Ellington, il blues, fino ad una misconosciuta ballad “I Want To Be Wanted”, negli States un hit rock-and-roll cantato da Brenda Lee, che in realtà si trattava della versione inglese di “Per tutta la vita”, canzone interpretata da Wilma De Angelis e Jula De Palma al festival di San Remo del 1959.
Tale versatilità fu premiata da ingaggi continui nel mondo del cinema e della televisione, spot commerciali, sedute da studio di rock band, forme musicali ibride (“To Chopin With Love”, per la Palo Alto, del 1983), a testimonianza di una personalità artistica non ben delineata e che, alla lunga, ne ha impoverito i dettami stilistici. Victor Feldman non è stato un virtuoso della tastiera come Tatum, Garner o Peterson; non si è rivelato un innovatore come Bud Powell o Ahmad Jamal né un lirico come Bill Evans. Il suo era soltanto – e mica è poco! – un linguaggio perfettamente assimilato, pieno di swing e calore, fantastico al vibrafono (forse il migliore in Europa) e degno di stare con i più grandi. A pensarci bene, per un’ipotetica sezione ritmica “da sogno” (chi non mai pensato ad un giochino del genere?), il suo nome può figurare tra i più seri candidati.

Massimo Tarabelli

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