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ROBERTO MAGRIS & ERIC HOCHBERG “Shuffling Ivories” – Jmood Records (2019)

Shuffling Ivories/ I’ve Found A New Baby /Clef Club Jump /Memories of You /The Time of This World Is At Hand /Quiet Dawn /Laverne /Anysha /Italy /The Chevy Chase /Laverne (take 2)

Roberto Magris, pianoforte; Eric Hochberg, contrabbasso
 
Conosco Roberto Magris fin dal 1992, quando lo invitammo ad Ancona Jazz con il suo quintetto, in una serata doppia che lo vide dare il cambio allo storico sestetto di Gianni Basso e Oscar Valdambrini. Lo vedemmo di nuovo più tardi, nel 2009, alla Mole, in un gruppo comprendente una figura illustre del jazz californiano come Herb Geller. Mi colpirono di lui, oltre la cortesia e la “fratellanza” a pelle per il comune sentire il jazz, la profonda cultura specifica e la disponibilità a inglobare il passato in un linguaggio sempre moderno e indispensabile, privandolo di qualsiasi scoria museale. Da un decennio e passa, mi sembra che stia vivendo un grande periodo di creatività, fecondo come pochi, e lo testimoniano i circa venti dischi incisi per la Jmood di Kansas City, realizzati in varie formazioni, dal quartetto al settetto, con tributi a giganti come Lee Morgan e Cannonball Adderley, a Elmo Hope, e facendoci scoprire, nello stesso tempo, musicisti ben poco o niente affatto conosciuti dalle nostre parti, quando non si tratta di figure leggendarie come Geller, per l’appunto, o Ira Sullivan. Ho avuto la possibilità, e la fortuna, di ascoltare praticamente tutta la sua produzione, sempre di ottimo livello, ma questa intima seduta, una delle mie situazioni preferite, lo vede forse al massimo delle potenzialità espressive.
Roberto ha incontrato per la prima volta Hochberg a Chicago, durante la registrazione del precedente, doppio CD, “Suite!” (vi avevo già detto, il pianista è un vulcano di idee…) e ha capito immediatamente la necessità di dialogare con un musicista con cui si intendeva a prima vista, che gli permetteva di sentirsi “a casa”. Dai titoli e dagli autori si intuisce subito il suo scopo, rendere un tributo personale agli Afroamericani che hanno creato il jazz portandolo a linguaggio universale. Ed ecco emergere la conoscenza specifica di Roberto, perché il salto da Clarence Williams e Eubie Blake a Andrew Hill non è poi così abissale come si può credere. E’ stupefacente come l’agilità delle dita e la creatività onnivora che lo caratterizzano, riescano a rendere brani tanto distanti tra loro nel tempo estremamente attuali. Il suo gusto affiora poi, con prepotenza, nella scelta tematica, quanto mai insolita se pensiamo a “Quiet Dawn” di Cal Massey, fertile ed importante autore deceduto nel 1972 i cui brani, dall’andatura melodica ambigua e perciò di grande interesse per il solista, furono eseguite da tanti esponenti della “Great Black Music”, tra cui Archie Shepp, che inserì il pezzo nel suo “Attica Blues” per la Impulse! E poi a “Anysha” dell’organista Trudy Pitts, che colpì Roberto dopo l’ascolto del disco “Other Folks’ Music” di Roland Kirk; a “Laverne” di Andrew Hill, ballad contenuta nel disco “Shades” per la Soul Note del 1986, tanto stimolante che nel CD è stata inserita anche una seconda take; e, infine, a “The Time of This World” di Billy Gault, inclusa in quello che, per quanto ne so, resta l’unico disco inciso dal pianista, “When Destiny Calls” del 1974, per la danese SteepleChase. E’ un concreto segnale di come e quanto Magris sappia ascoltare; spesso mi imbatto, infatti, in brani molto belli regolarmente ignorati e che meriterebbero, al contrario, di tornare a vivere di luce propria. I tre titoli originali si integrano benissimo con gli altri, ne continuano l’interesse grazie all’ulteriore bellezza melodica, come nella bossa nova dal sapore mediterraneo di “Italy”, o nella struttura blues in “Shuffling”, o in quello che preferisco, “Clef Club Jump”, in virtù di dissonanze alla Cecil Taylor o Don Pullen che appaiono pertinenti a un tema invece orecchiabile, da potenziale standard. Roberto ha un approccio largo, maestoso, sfrutta tutta la tastiera e il tocco è preciso, nitido. Giocando con i rimandi stilistici, aggiungo ai soliti nomi quello di un dimenticato Joe Bonner, pianista molto attivo tra gli anni ’70 e ’80, che mi sembrano quelli a cui il pianista faccia maggior riferimento. Anche Hochberg dimostra di essere del tutto a suo agio, sia nel pizzicato sia con l’archetto, pulsante nell’accompagnamento e di profonda ispirazione negli assolo, che escono dagli altoparlanti con una pulizia di suono superlativa. Ecco i motivi per cui questo disco deve entrare a far parte di una discoteca jazz che si rispetti, accanto a dischi simili di Paul Bley e Gary Peacock, Kenny Drew e Niels Pedersen, Oscar Peterson e Ray Brown, o a qualsiasi altro duo che vi viene in mente.
Roberto mi informa che il disco è uscito negli USA il 1 marzo e il sito privilegiato, per info e acquisto, è quello della Jmood: www.jmoodrecords.com
Buon ascolto!

Massimo Tarabelli

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