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JAZZ AT LINCOLN CENTER ORCHESTRA with WYNTON MARSALIS

“Live In Cuba” – Blue Engine Records (2010 – 2 CD )

2/3’s Adventure / Baa Baa Black Sheep / Inaki’s Decision / Sunset and the Mockinbird / Como Fue / Dali / Light Blue / Braggin’ In Brass / Limbo Jazz / Doin’ (Y)our Thing / I Left My Baby / Bearden (The Block) / Symphony In Riff / Sprting Yaoundé / Things To Come / The Sanctified Blues

Ryan Kisor, Kenny Rampton, Marcus Printup, Wynton Marsalis, trombe; Vincent Gardner, Chris Creenshaw, Elliot Mason, tromboni; Sherman Irby,  Ted Nash, Victor Goines, Walter Blanding, Joe Temperley, ance, flauti; Dan Nimmer, pianoforte; Carlos Henriquez, contrabbasso, direttore musicale; Ali Jackson, batteria.

Erano anni che non mi capitava di ascoltare qualcosa di nuovo di Wynton Marsalis, e questo doppio CD uscito alla fine del 2015 sembrava fatto apposta per colmare tale lacuna. Ma mi sbagliavo, perché questi incisioni sono del 2010 e Wynton appare soprattutto come musicista di sezione, dividendo con altri il peso dei soli e comunque fornendo un apporto di sostanza, visto che la sezione ritmica è interamente quella del suo ultimo quartetto. Poco male, però, perché qui la musica è tanta e di livello medio eccellente. La filosofia dell’orchestra è del tutto rispettata, visto che, come recita l’ultima pagina del ricco libretto interno, “La missione della Lincoln è intrattenere, arricchire ed allargare la comunità globale verso il jazz attraverso concerti, lezioni e pubblica difesa e valorizzazione”. E il jazz che intende la Lincoln è, senza intrusione alcuna, quello che si è sedimentato in oltre un secolo di storia partendo dalla culla di New Orleans. Per questo i suoi concerti sono una vetrina di stili, di influenze, di colori senza uguali. L’altra faccia della medaglia, come puntualmente viene sottolineato da una critica piuttosto impietosa e superficiale (ma Wynton è personaggio controverso, lo sappiamo), è che tale prassi andrebbe a scapito di una precisa fisionomia espressiva, favorendo in realtà soltanto un aspetto “museale” del jazz, statico e ben poco caratterizzante. La mia impressione è che tali rilievi, pur avendo una parvenza di fondamento, non tengono conto della qualità dei musicisti coinvolti, del fatto che il repertorio non si basa mai su operazioni di ricalco, e che i soli sono stupendi, a volte stratosferici e inarrivabili. Prendiamo i dischi in questione. Si tratta di brani scelti da Henriquez durante una settimana di permanenza al Mella Theater de l’Havana, Cuba, in seguito ad un invito del Cuban Institute of Music. In quei giorni i musicisti hanno suonato in concerto, partecipato a jam sessions, organizzato lezioni e incontri con giovani studenti, girato un documentario su quelle esperienze. Di fronte a un teatro gremito ogni sera l’orchestra ho sviluppato un repertorio composito, in cui i ritmi afro-cubani hanno svolto un ruolo importante. D’altronde, come diceva Jelly Roll Morton, il jazz ha sempre avuto un “tocco spagnolo”, riferendosi alle numerose tendenze che si intersecavano già dal finire dell’800 a New Orleans. Fin dal pezzo d’apertura, un originale di Henriquez, ascoltiamo subito questa affascinante commistione tra mambo, swing e guajira che attraverserà un po’ tutto il disco. In “Como Fue”, il ritmo di cha-cha-cha si trasforma in morbida ballad cantata dall’ospite Bobby Carcasses. Ma le influenze sono tante e diverse, come dicevamo. In “Dali”, Ted Nash ha tenuto conto delle suggestioni che il quadro “Persistenza della memoria” di Dalì gli avevano generato per la metrica di 13/8 su cui è basato il pezzo. E l’excursus generale parte dal jazz delle origini, passando per lo swing, il blues orchestrale alla Count Basie (quel “I Left My Baby”, in cui Chris Crenshaw si ricorda di Jimmy Rushing), fino al bebop e a brani più moderni usciti dalla penna di Marsalis. Tutti sono rimarchevoli per calore e, direi, dedizione alla causa. I solisti sono splendidi, quasi inutile ribadirlo, e in gran forma. La sezione ritmica è addirittura esplosiva. Ma lasciatemi un po’ di spazio per elogiare soprattutto un musicista schivo, di cui nessuno parla, ma che anche stavolta si dimostra straordinario, quasi commovente. Mi riferisco al baritonista Joe Temperley, inglese del 1929, e quindi a quel tempo già oltre gi ottanta, che qui trova spazio in due brani di Ellington : “Sunset and the Mockinbird”, autentica perla tratta dalla “Queen’s Suite”, e “Limbo Jazz” (che Ellington compose per il disco con Coleman Hawkins, Impulse, del 1962) in cui Joe, dopo un ottimo intervento di Kysor in tempo latino, parte con un assolo in 4 da lasciare a bocca aperta per sviluppo delle frasi, senso del discorso, swing e feeling.
Ecco, al termine di questo lungo ascolto, il referente che mi è venuto subito in mente è proprio Ellington, con la sua strabiliante tavolozza di espressioni, ma con un denominatore immancabile, vale a dire il blues, in tutte le forme possibili e frequentabili. E’ una lezione che molti dimenticano o disconoscono, purtroppo. Per fortuna questa formazione è pronta a ricordarcela, sempre e dovunque.

Massimo Tarabelli

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