BLOSSOM DEARIE – “Blossom’s Planet” – Daffodil (1999)


BLOSSOM DEARIE


“Blossom’s Planet” – Daffodil (1999)


Bye-Bye Country Boy /Bluesette /Lies Of Handsome Men /The Ladies Who Lunch /Love Dance /I’m Not Alone /La Belle Dame Sans Regrets /Go Away With Me /Make Some Magic /Wave


Blossom Dearie, pianoforte, voce; Ray Kilday, contrabbasso; Luis Peralta, batteria; Jay Berliner, chitarra; Cesar Camargo Mariano, sintetizzatore, arrangiamenti


L’estrema difficoltà nel reperire i dischi della Doffodil ha fatto sì che solo da poco abbia potuto ascoltare questo CD, che è storicamente l’ultimo inciso da Blossom Dearie prima della sua morte, avvenuta nel febbraio 2009 dopo lunga malattia. Colgo pertanto l’occasione per parlare di questa immensa artista, tanto preziosa e originale quanto sottovalutata o, addirittura, misconosciuta nel nostro Paese. Blossom era l’alternativa femminile di Bob Dorough, con il quale peraltro aveva lavorato agli inizi di carriera, quando insieme avevano formato il gruppo vocale “The Blue Stars of Paris”, ma in realtà la sua personalità si affrancò ben presto, tanto da divenire lei stessa un punto di riferimento per un certo modo di cantare e suonare il pianoforte. Forse anche a causa di una voce da bambina, affascinante come nessun’altra, Blossom cominciò subito a confrontarsi con un repertorio assai sofisticato, spesso più basato su oscuri sub standard che su temi famosi. Nel suo songbook abitavano autori preferiti quali Cy Coleman, Dave Frishberg, Frank Loesser, Comden e Green, lo stesso Dorough, quindi brani jazzistici su cui adattare un testo, e soprattutto proprie composizioni, tutte accomunate da una sontuosa ispirazione melodica. Blossom era tenue, delicata, ma aveva uno swing duro come cemento; il suo modo di esporre il testo non si piegava mai a smancerie né ad ammiccamenti, piuttosto diventava un blocco unico con il suo stile pianistico, sobrio nella scelta delle note ma ricco armonicamente, e non per nulla Bill Evans la citò spesso tra i suoi principali ispiratori. Per lei, ma lo stesso avviene con tutti i migliori cantanti, parole e musica sono imprescindibili, e per meglio comprendere la sua arte è fondamentale seguire i versi. Credo che questo sia stato il motivo principale della sua assenza nelle scene italiane. Ricordo benissimo le tante volte in cui ne parlammo con l’indimenticabile Alberto Alberti, grande estimatore della Dearie, che spesso incontrava a New York nell’albergo in cui era solita esibirsi. “Volete chiamare Blossom Dearie in Italia? Non ci sono problemi, ma non penso che riusciremmo a trovare altre date, vista la idiosincrasia verso i cantanti che esiste tra gli organizzatori, e temo che potrebbe non piacere, dato che il pubblico capirebbe poco o nulla di ciò che sente”. Queste erano, più o meno, le parole di Alberto, che si possono oggi adattare anche a Dave Frishberg, altro interprete raffinato, intelligente e colto, troppo “hip” per i jazzofili nostrani.


Blossom Dearie è diventata, nel tempo, una “singer’s singer”, e se ne accorse anche lei, quando dovette fondare una propria etichetta, la Daffodil per l’appunto, dedicata interamente alla sua produzione musicale. Disco dopo disco, Blossom ha costruito un’immagine di sé solitaria e poetica, scarna ed essenziale, scevra da arrangiamenti barocchi che avrebbero potuto coprire i reali significati della musica. Questo “Planet” segnava il primo avvicinamento al mondo brasiliano, che la cantante aveva sempre amato. Accanto al suo trio allora abituale, con l’aggiunta del fido chitarrista Jay Berliner e di una “mente” notevole come quella di Cesar Camargo Mariano, non tradisce affatto le aspettative. D’accordo, la voce è un pochino increspata, ma è sempre in grado di procurare più di un brivido e certe versioni, penso a “Bluesette” di Toots Thielemans, a “Love Dance” di Ivan Lins o all’eterna “Wave” di Jobim si ricorderanno a lungo. Poco rimane da dire dei brani originali, quali l’iniziale “Bye-Bye Country Boy”, roba da far venire gli occhi lucidi, o “Go Away With Me” e “Make Some Magic” scritti a quattro mani con gente del calibro di Michel Legrand e Johnny Mandel. C’è anche spazio per un bel tema di Sting, “La Belle Dame”, che Blossom affronta nella sua seconda lingua, il francese (oggi è prassi abbastanza comune, vedi i lavori di Madeleyne Peyroux, Dee Dee Bridgewater, Abbey Lincoln, Stacey Kent ecc..).


Cercate pure questo disco, ma se non conoscete Blossom Dearie (vi capisco, non è colpa vostra), prendete pure tutto ciò che trovate. Non vi deluderà mai.


Massimo Tarabelli

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