Ancona Jazz The Finest in Jazz since 1973

HARRY ALLEN / JAN LUNDGREN QUARTET

HARRY ALLEN / JAN LUNDGREN  QUARTET

“Quietly There”  – Stunt  (2014)

Sure As You Are Born /Emily /The Shining Sea /Quietly There /A Time For Love /Cinnamon And Clove /The Shadow Of Your Smile /Just A Child /Suicide Is Painless

Harry Allen, sax tenore; Jan Lundgren, pianoforte; Hans Backenroth, contrabbasso; Kristian Leth, batteria

Le composizioni di Johnny Mandel fanno parte del repertorio dei jazzisti di tutto il mondo, ma è piuttosto raro imbattersi in un “concept album” a lui interamente dedicato. Questo ultimo disco di Harry Allen mi ha ricordato subito un lavoro analogo, dal titolo curiosamente identico, che Zoot Sims realizzò per la Pablo nel 1984, dunque trent’anni or sono. Ma il tempo non ha affatto impolverato questi temi magnifici, anzi. Harry Allen, uno dei massimi tenoristi al mondo di impostazione mainstream, dimostra qui la loro imperitura bellezza e adattabilità all’improvvisazione. Mandel, ottantanove anni e ancora attivo, è stato trombettista e trombonista in varie formazioni importanti, e tuttavia ha sempre puntato maggiormente su qualità superiori di scrittura e arrangiamento. Ma mentre la prima generazione di autori americani componeva per Broadway e film musicali, la seconda (e mi riferisco anche a Henry Mancini, John Williams e Burt Bacharach) ha scritto temi per colonne sonore, spesso rivelatesi di formidabile impatto nel pubblico di tutto il mondo.

Qui ce ne sono di gloriosi e famosissimi, come “Emily” (Tempo di guerra, tempo d’amore”, con Julie Andrews e James Garner, del 1964), “The Shadow Of Your Smile” (“Castelli di sabbia”, con Liz Taylor e Richard Burton, del 1965”), “Suicide Is Painless” (il tema da “M.A.S.H.”, di Robert Altman, del 1970), che hanno avuto ripetute versioni negli anni, da Tony Bennett a Bill Evans, passando per centinaia di altri. E poi c’è l’apertura, “Sure As You Born”, motivo conduttore di “Detective’s Story”, film di grande successo con Paul Newman del 1966, e che non mi sembra di aver mai sentito in altra versione. Eppure si tratta di un tema swingante e di gran fascino, che trova Allen in perfetta forma e che fa subito capire il livello della seduta. Soffermiamoci un momento  sugli interpeti, ora, perché la loro eccellenza non si sposa con pari considerazione e notorietà tra i jazzofili. Harry Allen ha una vasta discografia alle spalle (ma di ardua reperibilità in Italia, purtroppo), possiede un suono e un approccio meravigliosi, frutto di una maturità che, a quarantanove anni, è invidiabile e ciononostante si vede ben poco dalle nostre parti, il motivo è tedioso da ripetere.Fortunati noi che abbiamo potuto godercelo per una settimana intera durante la prima edizione di Ancona Jazz Summer Festival del 2004, sia con il suo quartetto sia come ospite nel gruppo di Francesco Cafiso e in duo con Dena DeRose. (E’ ora però di riproporlo, diamoci da fare …).

Jan Lundgren, svedese coetaneo di Allen, è stato scoperto dal grande altosassofonista  Arne Domnerus, e ha sviluppato una carriera che l’ha visto suonare in ogni parte del mondo (Italia esclusa, spero di sbagliarmi). Il suo pianismo è scintillante, pieno di idee, con chiarissimi agganci alla tradizione bebop, ma niente affatto derivativo. Nella sua prima apparizione negli USA, registrò un disco doppio al Jazz Bakery di Los Angeles impostando il uso concerto solo su brani di Charlie Parker, Bud Powell e Tadd Dameron, mettendo subito così le carte in tavola. Hans Backenroth, terzo coetaneo, risultava sconosciuto anche a me, eppure dal libretto interno si evince che ha avuto esperienze in patria eccelse, con Monica Zetterlund, Alice Babs, Putte Wickman, Arne Domerus, Bernt Rosengren e altri. Descriverlo come un incrocio tra Ray Brown e Oscar Pettiford, parole dell’estensore delle note di copertina, appare un po’ esagerato, ma il suono e la scelta delle note nell’accompagnamento sono comunque splendidi. Infine il più giovane batterista Kristian Leth (1973) è l’unico danese del gruppo ed ha già suonato con Eric Alexander, Claire Martin, Ulf Wakenius e, soprattutto, Scott Hamilton, a riprova di una devozione totale verso un jazz elegante e di gran classe. Da sottolineare che e è proprio lui il produttore di questo disco, prezioso e consigliabile anche per una presa sonora strepitosa per chiarezza e timbro.

E mi piace dire infine un paio di parole anche sul lavoro grafico di copertina, che rifugge dalla solita fotografia per avvicinarsi alle mitiche buste di vinili RCA e Capitol degli anni ’50, valore aggiunto che rendeva il disco un prodotto culturale completo. Inserite senza indugio questo “Quietly There” nell’elenco delle vostre “favorite things”.

Massimo Tarabelli

Post a comment

dieci − uno =

*