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RICHIE KAMUCA “Richie” – Concord LP (1976)

L’angolo del collezionista

RICHIE KAMUCA

“Richie” – Concord (1976 LP)

I Concentrate On You /If I Love Again / Some Other Spring / Say It Isn’t So /
Symphony /Flying Down To Rio /When Day Is Done /’Tis Autumn

 

Richie Kamuca, sax tenore, voce (in “’Tis Autumn”);
Mundell Lowe, chitarra;
Monty Budwig, contrabbasso;
Nick Ceroli, batteria

Negli ultimi tempi mi è capitato di ascoltare diversi dischi, vinili o CD, e anche di vedere un DVD, in cui compare Richie Kamuca. E’ stato un bene, perché quasi mi stavo dimenticando di questo eccellente sassofonista che ha avuto un peso notevole nel jazz californiano durante gli anni ’50 e ’60. Nato nel 1930 e indiano di origini, Richie vanta una carriera costellata di partecipazioni e collaborazioni di grande rilievo, ma appena una manciata di titoli da leader, neppure dieci in circa trent’anni di attività. Forse a causa di questa ritrosia ad apparire in primo piano, egli non è mai arrivato alla fama di Stan Getz o di Zoot Sims, solo per citare un paio di tenoristi coevi. La morte prematura, avvenuta nel 1977 per malattia, ha fatto il resto; ma è certo che il suo nome non può passare inosservato al cultore attento. Tra grandi orchestre, piccoli gruppi, cantanti, arrangiatori, Richie compare spesso in line-up prestigiose, accanto a Stan Kenton, Woody Herman, Marty Paich, Chet Baker, Johnny Richards, Stan Levey, Frank Rosolino, Manny Albam, Shorty Rogers, Bill Holman, Shelly Manne, Terry Gibbs, Howard Rumsey, Gary McFarland, Thad Jones & Mel Lewis, Bill Berry, Zoot Sims, Anita O’Day, Jackie & Roy, Mark Murphy, Bobby Troup … insomma, penso che possa bastare! Kamuca aveva un punto di riferimento ben preciso, come d’altronde quasi tutti i sassofonisti west-coast, cioè Lester Young, e lo si capiva subito. Tuttavia, almeno nei suoi anni d’oro, guardava anche al be-bop, tanto da rivestire il fraseggio melodico, basato su adulte linee originali figlie di un notevole bagaglio tecnico, con una sonorità niente affatto delicata e molto attenta all’aspetto ritmico. Ce lo ricorda, di rimbalzo, anche Roberto Gatto nel suo tributo a Shelly Manne, concentrato esclusivamente sul repertorio che il quintetto, completato dal trombettista Joe Gordon, dal pianista Victor Feldman e dal bassista Monty Budwig, presentò al Blackhawk di San Francisco nel 1959 e poi documentato in ben cinque volumi per la Contemporary. Fa quindi specie leggere, nelle note di copertina di “Richie”, quanto questo disco “mi rappresenti, ed è la prima volta che riesco ad ammetterlo”, parole dello stesso Kamuca. In effetti in tutti i solchi il sassofonista è vicino più che mai al verbo di Young, aggiungerei filtrato dall’esperienza “cool” di Warne Marsh, e ci offre un saggio dell’arte d’improvvisazione quanto mai probante. Negli ultimi due dischi registrati successivamente, Richie opta prima per situazione cameristiche – in trio con Herb Ellis e Ray Brown, in duo con il pianista Dave Frishberg – e poi per un classico quintetto dedicato a Charlie Parker in cui abbraccia addirittura il sax alto. Ennesima dimostrazione di umiltà e di riconoscenza per un musicista che, con un po’ più di coraggio, avrebbe potuto dire una parola importante nella storia di questa musica. Ma tutti i suoi dischi sono comunque ottimi e meritevoli d’ascolto: non dovete per forza partire da questo, pur raccomandabile per tanti versi, “Richie”.

Massimo Tarabelli

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