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PAUL BLEY “Ramblin'”

L’angolo del collezionista

PAUL BLEY “Ramblin'” – BYG Actuel (1966; LP)

Both / Albert’s Love Theme / Ida Lupino / Ramblin’ / Touching / Mazatalon

Paul Bley, pianoforte; Mark Levinson, contrabbasso; Barry Altschul, batteria

La personalità di Paul Bley, che è mancato da pochi giorni, risiedeva nell’acquisizione di un linguaggio molto libero nella forma e negli intendimenti, e tuttavia con radici profonde nel jazz moderno, dal bop in avanti. “Io sono contro la libertà che non porta a nulla”, sono parole sue, riportate da Philippe Carles all’interno di questo disco, registrato a Roma nel 1966 sotto la supervisione di Alberto Alberti e trovabile, con un po’ di fortuna, solo in rete. In retrospettiva, potremmo descrivere Bley come un intimista, innamorato del piano solo o del duo o trio, situazioni minime in cui ha fornito forse le migliori prove, pur se spesso è stato chiamato in formazioni più allargate. Il suo era un pianismo colto e magnetico, in cui il tocco svolgeva un ruolo fondamentale, tanto da diventare riferimento per un approccio oggi piuttosto diffuso. “Open, to Love”, inciso in solitudine nel 1972 per la ECM, è illuminante in tal senso. Ma indagando nella sua vasta discografia, pur tra collaborazioni prestigiose (Charlie Parker, Charles Mingus, George Russell, Eric Dolphy, Chet Baker, Charlie Haden, Ornette Coleman, Don Cherry, Jimmy Giuffre, Gary Peacock, Sonny Rollins, Coleman Hawkins, tanti bassisti e batteristi di chiara fama), la mia scelta è andata su “Ramblin'” perché lo trovo molto esemplificativo della sua filosofia espressiva e, di rimbalzo, tipico di un periodo in cui il free dominava la scena musicale jazzistica, bianca o nera che fosse. Alle prese con due temi di Annette Peacock, altri due della ex moglie Carla, lasciata un paio d’anni prima, uno di Ornette, che dà il titolo all’album, e un originale, Paul Bley si muove su terreni diversi, ma accomunati da un progetto di trio paritario e dialogante, in cui veramente l’interpretazione  è affidata ad ogni musicista. Le ballad sono prese a tempo lentissimo, e perciò di estrema difficoltà, eppure si è rapiti dall’ascolto, da quell’intrecciarsi di bassi profondi e strusci di spazzole. “Ramblin'” è un soul blues liberatorio e swingante che curiosamente, ma non troppo in fin dei conti, mi ha ricordato un pianista in teoria lontanissimo da Bley, e cioè Les McCann. Ma questa è la bellezza del jazz, almeno per quanto mi riguarda. Si chiude con un tempo latino, in cui ha ampio modo di esprimersi Barry Altschul, batterista che da lì per circa un ventennio sarà fra i protagonisti della scena internazionale, al fianco di Chick Corea, Anthony Braxton, Sam Rivers, Pepper Adams, John Surman, Franco D’Andrea e tanti altri. Invece di Mark Levinson, bassista interessante, dalla cavata potente e rotonda, si sono perse le tracce. Motivo in più per avvicinarsi al disco, niente affatto logorato dal tempo. Anzi, da qui Paul Bley ci manda un messaggio chiaro sulla via da seguire per un jazzista, che è poi quella di tutti  i grandi, di qualsiasi epoca e stile.

Massimo Tarabelli

 

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