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GINO MARINACCI “Atom Flower’s” – RRC (1972)

L’angolo del collezionista

GINO MARINACCI  

“Atom Flower’s” – RRC (1972)

Atom Flower’s /Space /Life /Guardrail /Walking Moon /Actors Flute Studio /Sonatina In Beat /Meeting

Gino Marinacci, flauti, ottavino; Dino Piana, trombone; Livio Cervellieri, Quarto Maltoni, Salvatore Genovese, Alfio Galigani, sassofoni, flauto; Antonello Vannucchi, pianoforte, tastiere; Angelo Baroncini, Enzo Grillini, chitarra; Giovanni Tommaso, Maurizio Maiorana, basso elettrico; Sergio Conti, Roberto Podio, batteria, percussioni.

All’epoca nessuno poteva pensare che i dischi di jazz italiano sarebbero divenuti oggetto di desiderio da parte dei collezionisti e appassionati del mondo intero (Giappone e Inghilterra in testa). Circondati da assurda e totale sottovalutazione, quei dischi sostavano appena un battito di ciglia sugli scaffali dei negozi, anche quando, ed era la maggioranza dei casi, entravano in serie economiche con la speranza di vendere qualche copia. Macché, niente da fare, prima di arrivare ad acquistare un disco di Gianni Basso eri quasi “obbligato” ad accaparrarti Coltrane, Rollins, Hawkins, Young, Getz, Gordon eccetera. E lo stesso discorso vale per gli altri strumenti. Quando ormai avevi tutto in casa, ecco che la curiosità ti spingeva verso altri lidi, quei musicisti ignorati per tanto, troppo tempo. Ma i loro dischi nel frattempo che fine avevano fatto? Fuori catalogo per la maggior parte, rarità pressoché introvabili se non in qualche fiera, a cui ci avvicinavamo confidando nella sprovvedutezza del venditore, il quale spesso non si rendeva conto di cosa aveva tra le mani. Per (mia) fortuna, comprai questo disco (si trovava in edizione economica, già!) proprio nel 1972, ma non ricordo se allora conoscessi Marinacci, probabilmente mi lasciai suggestionare dalla scritta in copertina che recitava “Premio Louis Armstrong 1971”. E’ un disco che, risentito oggi (l’ho da poco messo sul giradischi), appare di una musicalità e di una freschezza sorprendenti, nonostante i chiari agganci con i suoni e i ritmi del momento. E poi consolida una verità ormai assodata : i musicisti italiani di jazz, pur guardando come gli altri europei ai giganti d’oltreoceano, avevano – e mantengono tuttora – una spiccata originalità , una propria poetica, e un senso della composizione tutta mediterranea, se mi passate il termine nella sua accezione più vasta. E swingavano sempre, altroché, dall’alto di un approccio godibilissimo figlio di un retaggio culturale ben preciso. Gino Marinacci, per esempio, ha un curriculum di studi molto severi (conservatorio, Berklee School), che lo porta a diventare una colonna di svariate orchestre ritmo sinfoniche guidate da importanti direttori e compositori nostrani (Morricone, Trovajoli, Maderna, Muti, ecc.). Specialista del sax baritono e del clarinetto basso, Gino si trova implicato, nel 1966, in un gravissimo incidente stradale che lo obbliga alla sedia a rotelle fino alla morte, avvenuta nel 1982. La passione verso gli strumenti gravi si traduce in seguito nell’acquisizione, probabilmente dovuta alla sua nuova realtà di vita, della famiglia dei flauti, in particolare del flauto in do basso, di cui diventa uno dei massimi esponenti al mondo. Ma non è la tecnica che qui ci colpisce, o almeno non solo. Di lui ci affascinano la capacità di scrittura, la pulizia degli arrangiamenti, basati su sovrapposizioni inusitate dei vari tipi di flauto, l’apertura mentale che lo porta ad inglobare ritmi rock, sonorità elettriche mescolate al suono acustico dei sassofoni e, addirittura, ad un quartetto d’archi (“Sonatina”). Questi temi, che ben volentieri potrebbero essere la colonna sonora di immagini o sigle radiotelevisive, godono inoltre di assoli eccellenti, soprattutto del grande Dino Piana, e poi Antonello Vannucchi, che si divide tra organo, piano elettrico ed acustico, di sax tenore (forse Cervelllieri, che Enrico Rava mi ha elogiato in tempi recenti, ma più probabile Genovese), e naturalmente del leader, ispirato in ogni traccia (e fantastico nel breve “Actors Flute Studio”). Alla fine, per fluidità, fraseggio e capacità di entrare nel pezzo, arrivo senza indugio a pensare che siamo di fronte ad uno dei flautisti migliori che il jazz moderno abbia espresso. Evidentemente, grazie al tempo galantuomo, se ne sono accorti dovunque: negli Stati Uniti il disco ha superato i 500 dollari, e in Inghilterra le 200 sterline! Vi auguro di potervelo permettere.

Massimo Tarabelli

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